Comunicare l’eccellenza: un racconto rigorosamente elegante

del Marchese del Trillo

Amici, ho pensato di offrire attraverso la nostra rubrica questa riflessione che diventa parte integrante di una lezione che terrò a brevissimo all’università di Bari, dal titolo “Comunicare l’eccellenza”. Quando mi chiesero di tenere una lezione sul tema, mi sono detto: questa è l’occasione finalmente di potermi cimentare in un esercizio intellettuale rigoroso. Essere elegante nel discorso senza rischiare di apparire lezioso o eccessivo. Poter pulire, ma potrei anche dire, dover finalmente pulire il mio cervello da una partecipazione emotiva sul contenuto, con il serio rischio di scivolare verso il basso in termini di linguaggio. Questa volta non deve andare così. Niente paroline in dialetto, esempi e modi di dire inadeguati, metafore colorate per attrarre l’attenzione dell’aula. Sarà il contenuto a destare attenzione. È il fascino della Bellezza… il contenuto, che dir si voglia, a dare il tono, se si tratta di eccellenza. E saranno gli stessi allievi, i ragazzi pronti a recepire coerenza tra messaggio e linguaggio. Messaggero e circostanze ambientali. Dress code adeguato. E linguaggio immediato ma forbito. Una sfida interessante per chi, come me, pensando a dei contenuti istituzionali pubblici o televisivi, deve, per poter “bucare lo schermo”, essere un po’ teatrale e perdere di vista la pulizia del discorso. Per carità non scantono facilmente nella volgarità. Né quando parlo… né tanto meno quando scrivo. Ma di certo mi preoccupo di cercare consenso nello scrivere.

Quando si parla di Eccellenza, il tema richiama l’ideale classico del primato del “Bello, Buono, Giusto” che implica rettitudine e coerenza. Non esiste una eccellenza che sia bella, ma ingiusta. Che non faccia bene alla comunità. E allora subito dopo il “come” sviluppare il discorso, mi sono dato un indice dei valori che l’eccellenza deve saper e poter coniugare. E così è nato l’invito che riflette l’indice degli argomenti che svilupperò: un messaggio che si articola in identità, visioni, spirito, emozioni, linguaggio. Identità, perché l’eccellenza non è il risultato di un “come mi vuoi”. Di un sondaggio di opinione. Ma lo specchio fedele di una realtà “identitaria” fatta di cultura e di culture. Si deve riconoscere una dimensione morale e una fattuale, una ideale e una realtà: sono le facce di un’eccellenza. Visioni. Perché un’eccellenza non deve limitare a celebrare il passato, ma avere una dimensione, un progetto per il futuro. Si deve dare una proiezione, un’immagine, un percorso. Altrimenti si estingue una tradizione. Spirito. Occorre una dimensione morale per dirsi eccellenza. Una forte valenza etica. Condivisa. Percepita e vissuta. Emozioni. Un’eccellenza deve essere un esperienza che lascia il segno. Che ti tocca dentro. Che viene percepita con una eccezione alla regola della normalità. Linguaggio. È il codice che serve per raccontare l’eccellenza; che deve stimolare un percorso di conoscenza e di approfondimento. Il linguaggio è solo una parte del messaggio, di cui ho provato a tratteggiare le diverse dimensioni.

Per essere eleganti, vi raccomando, occhi all’interlocutore e voce pacata quanto sicura.

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