3 gennaio 1954: nasce la televisione italiana

di Giorgio Simonelli

La proposta è sicuramente un po’ azzardata. Ma mi piacerebbe se il 3 gennaio di ogni anno diventasse, non dico una festività (di questi tempi è più facile che si annullino quelle vigenti, figurarsi inventarne di nuove!), ma almeno una di quelle tante giornate dedicate a qualcosa. Tre gennaio: giornata della televisione, anzi della televisione pubblica in cui si ricorda come la tv, oltre che un’industria capace di produrre profitto e occupazione, possa essere considerata un mezzo non solo di sviluppo tecnologico ma anche di progresso (ricordate la famosa distinzione pasoliniana?); progresso di un’intera società, progresso economico, civile, culturale. Quel 3 gennaio del 1954 in cui la Rai – dagli studi di Torino – iniziò  una sua regolare programmazione televisiva, infatti, è una data che segna l’inizio di una nuova fase della storia nazionale. In quel periodo storico, che comunemente si indica come ‘ricostruzione’, l’avvento della tv conferisce al processo di rinascita sociale una forma particolare. Non si può certo dire che sia la tappa conclusiva, visto che cosiddetto boom arrivò parecchi anni dopo. Ma la presenza della televisione inserisce nel percorso di ricostruzione un nuovo carattere fondamentale: quello della modernità. Ecco cosa si dovrebbe festeggiare ogni tre gennaio: l’ingresso simbolico del nostro Paese nella modernità. Certo può sembrare strano che un passo così importante sia affidato a un sistema di cui si ricordano ampiamente i limiti culturali del tempo in cui, fra l’altro, la gestione della tv era completamente appannaggio della maggioranza politica. E infatti sono innumerevoli gli aneddoti raccolti attorno all’applicazione rigida, banale e piuttosto bigotta di quella stagione. Ci sono le censure moralistiche all’abbigliamento delle ballerine e quelle politiche ai testi di Dario Fo in Canzonissima; c’è il colmo di questa ossessione censoria nella scelta di un’annunciatrice che, dovendo presentare il palinsesto di prima  serata, si trova di fronte il titolo di un film, un  meraviglioso western, L’amante indiana. Ma la  parola amante, che nel lessico dell’epoca rimanda a rapporti extraconiugali, non si addice a quella Rai e viene lì per lì trasformata ridicolmente in un’improbabile “moglie indiana”, peraltro immediatamente smentita dai titoli di testa del film che riportano il titolo originale!

Eppure la tv che assume comportamenti così ridicoli è la stessa che fa scelte coraggiose, intelligenti, in anticipo sui tempi, diffondendosi progressivamente nella case degli italiani che dalle poche decine di migliaia di abbonati del 1954 (circa 24.000) diventeranno rapidamente milioni (nel 1965 si attestano sui sei milioni). Sono dapprima le case borghesi che possiedono il televisore il cui costo è ancora rilevante; solo gli anni Sessanta vedranno un’estensione più ampia della platea, e solo i Settanta la presenza della tv in tutte le case. Ma anche nei primi anni della vita della tv pubblica, la sua presenza nella società è forte, significativa al di là del numeri ancora esigui degli abbonamenti. Ci sono i bar, le sale cinematografiche che sospendono la loro programmazione il giovedì per lasciare spazio a Lascia o raddoppia?, c’è la tendenza a riunire gruppi famigliari davanti al televisore dei parenti o dei vicini di casa in occasione delle trasmissioni più popolari. E poi c’è il dibattito pubblico sul nuovo mezzo, la critica sui settimanali e sui quotidiani, l’avventura di Telescuola. La tv è presente anche là dove non lo è fisicamente. Ci sono due esperienze che vale la pena di ricordare come esempi di questo ruolo modernizzatore della tv italiana. Non si tratta della sempre citata unificazione linguistica della nazione a cui la tv diede indubbiamente un contributo decisivo, né del successo popolare di alcuni generi come il quiz o il varietà che divennero punti di riferimento per il costume nazionale. Si tratta piuttosto di un programma tanto snobbato in vita quanto rimpianto dopo la sua morte come Carosello, nato tre anni dopo l’inizio della tv italiana e durato per un ventennio. Quel semplice, piccolo contenitore di pubblicità fu in realtà un elemento di trasformazione della società italiana, specchio e motore dei grandi cambiamenti in atto. Nel momento in cui proponeva agli italiani i primi prodotti della società dei consumi, le bevande, gli elettrodomestici, i cibi e gli abiti confezionati, promuoveva anche nuovi atteggiamenti, nuovi comportamenti sociali, un ruolo nuovo per le donne, nuovi gusti, un nuovo stile di vita. L’altra esperienza che non si può dimenticare è quella teatrale, della messa in scena di opere drammaturgiche o di romanzi nella famosa forma dello sceneggiato. Fu grazie a questa esperienza che arrivarono nelle case degli italiani i testi di Dickens e Dostoevskij, di Sofocle e di Tennessee Williams, di Pirandello e di Svevo, opere e autori che ancora non rientravano nei programmi scolastici dei licei, una scelta di straordinaria modernità culturale. Spesso ci si chiede come sia stato possibile proporre un’offerta così impegnativa in una società ancora scarsamente scolarizzata e in certi casi poco alfabetizzata, ottenendone riscontri positivi. Una domanda legittima e importante, alla quale c’è già chi ha dato una risposta affascinante e convincente: è Andrea Camilleri, che tra l’altro di quella stagione teatral-televisiva fu protagonista; la risposta è contenuta in un racconto di poche pagine intitolato Sunno cose di Pirinnellu. È sicuramente meglio leggerla direttamente nelle parole del grande scrittore. Si trova in un volumetto dedicato ai modi di dire siciliani intitolato Il gioco della mosca.

 

 

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