Il tempo di San Giorgio Morgeto

Testo e disegni di Francesco Fontana

Era un giorno di fine settembre a San Giorgio Morgeto, e l’afa del mese di agosto aveva lasciato spazio ad un vento fresco, che incanalandosi tra i vicoli portava con sé l’odore del mare che si estendeva davanti ad i miei occhi. Lo sguardo abbracciava i paesi della Piana, che da quassù sembravano delle piccole interruzioni della grande macchia mediterranea che li avvolgeva. Osservavo con immenso amore il  paesaggio calabro, cosi vario e suggestivo, cosi pittoresco ed unico. Alle mie spalle l’Appennino che divide in due la Calabria, una linea parallela alla costa, che separa in modo netto lo Ionio dal Tirreno, i due mari che bagnano oltre settecento chilometri di costa di una regione prevalentemente montuosa.

Me ne stavo appoggiato ad una parete del castello che era in parte diroccato; mi ero arrampicato fin quassù dopo aver percorso i tanti vicoli del piccolo centro della Piana,  edificato da Morgete, figliuolo di Italo. Avevo passato il pomeriggio tra le strade del borgo, perdendomi tra i vicoli stretti spesso caratterizzati da gradini che collegano terrazze panoramiche, chiese, laboratori artigianali ed edifici storici.

Ero arrivato verso le quattro del pomeriggio, iniziando il mio percorso dalla Piazza dei Morgeti, al centro della quale vi era una grande fontana monumentale, a testimonianza delle tante sorgenti che nascevano all’interno del comune. Un gruppo di anziani se ne stava seduto ai bordi della fontana, facendo scivolare cosi quel pomeriggio di fine estate. Discutevano animatamente, gettando ogni tanto un’occhiata verso di me, turista in ritardo dentro al borgo che si lasciava alle spalle la stagione estiva. Già all’arrivo avevo percepito un’aria diversa, come se  il tempo avesse scelto di rallentare, regalandomi  un’atmosfera passata, quella degli anni Ottanta, della mia infanzia in Calabria. Non circolavano tante macchine: la particolare conformazione del paese obbliga la maggior parte delle stradine ad essere pedonali, lasciando le strade e le piazze alla gente, vera protagonista del luogo.

Mi inoltravo tra i vicoli che all’improvviso si aprivano al paesaggio, e se nella bella Scilla le stradine terminavano sul mare, a San Giorgio i vicoli  permettono ampie vedute sui  boschi e sull’immenso Mar Mediterraneo. Il rumore di un pallone aveva richiamato la mia attenzione: arrivava dal lato destro della chiesa matrice, nella quale sono custodite due statue lignee di scuola napoletana raffiguranti i patroni del borgo, San Giorgio e San Giacomo. Erano due ragazzini che giocavano a pallone; una vecchia saracinesca era la loro porta, mentre un muretto e una scalinata delimitavano l’area di gioco. Osservavo quei ragazzini cadendo in una dolce nostalgia, quando anche io giocavo per strada e non avevo bisogno di un telefonino o di un centro commerciale per essere felice.

Girovagavo tra le vie del paese visitando antiche chiese, fermandomi tra le diverse terrazze per disegnare, e percorrendo stretti vicoli come il Passetto del Re, che con soli quaranta cm di larghezza risulta essere il vicolo più stretto d’Italia. Alla base di una ripida scalinata avevo incontrato un artigiano che se ne stava immerso nella silenzio del pomeriggio intento a fabbricare una cesta: intrecciava doghe di castagno mentre mi dava diverse informazioni sulla lavorazione del legno filato a caldo e mi consigliava d’arrampicarmi fino al castello prima del tramonto. Seguivo di buon grado il suo consiglio e, dopo averlo salutato, mi dirigevo verso la parte alta del borgo, guadagnato quando già il tramonto offriva il suo spettacolare paesaggio: un sole dai colori arancio che, posandosi sul Tirreno, disegnava la sagoma scura dello Stromboli, il vulcano siciliano che adesso era ben visibile davanti ai miei occhi.

Feci un respiro profondo, emozionandomi davanti alle bellezze di San Giorgio. Luogo speciale, dove  il tempo aveva scelto di vivere… il proprio tempo.

 

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