Gerusalemme, cuore e specchio del mondo

di Mario Arcuri

Si dice che il viaggio in Terra Santa è “il viaggio”. Lo si sente dire da chiunque ci sia stato e anche da chi ne ha sentito parlare. Del resto, per gli ebrei della diaspora, l’augurio più bello che occorre scambiarsi nella festa di Pasqua è “Hashanà haba’a b’Yrushalayim”, ovvero “l’anno prossimo a Gerusalemme!”. Ben sapendo che non sarà cosi facile che si avveri per tutti e che il giorno in cui saremo a Gerusalemme non è un giorno di questa vita. C’è quindi qualcosa di tanto misterioso in questo saluto, suscitato dalla potenza dello Spirito, tale da scaldare il cuore, alzando gli occhi al cielo e magari recitando lo Shema. Gerusalemme è il cuore del pellegrinaggio in Terra Santa, ma è anche specchio del mondo. La si raggiunge solitamente dopo aver percorso un bel po’ di chilometri di quella che, per la fede dei cristiani, si chiama ancora Palestina, come al tempo di Gesù. È una intensa, profonda, suggestiva fase preparatoria che congiunge Nazareth a Betlemme, passando per i luoghi meravigliosi della Galilea, là dove assieme ai santuari materiali si ha modo di vivere l’intensità dei santuari naturali, primi fra tutti il lago di Tiberiade, il monte delle Beatitudini, il Tabor… Sono tappe che non solo preparano la salita a Gerusalemme, ma che testimoniano e fanno comprendere la straordinaria novità di un Dio che si è fatto carne per la salvezza dell’umanità. Nazareth e Betlemme sono i due ventricoli del viaggio del cuore, di quell’unico cuore che trova in Gerusalemme il punto nevralgico. In mezzo c’è il deserto. Quello lo si attraversa, per andare da un capo all’altro. È il luogo di connessione tra Antico e Nuovo Testamento, è luogo di passaggio ma anche luogo della prova: così è stato per il popolo di Israele (Dt 8,1-5), così è stato per Gesù (Mt 4,1-11 e Lc 1-13). Mentre il primo ha ceduto, incrementando gli interventi di Dio per perdonarlo ed educarlo, il secondo ha superato le prove, uscendone «vincitore». Due sono i grandi deserti in Israele/Palestina: a sud il deserto del Negev, mentre dalla sponda ovest del Mar Morto fino al confine con la Samaria, si estende il deserto di Giuda. Si differenziano solo in ampiezza. Sono fondamentalmente rocciosi, alternano monti e colline con gli wadi, insenature torrenziali a volte alimentate da qualche rara sorgente che crea piccole oasi, creando un ecosistema complesso, proprio perché l’acqua non manca del tutto. Le tappe che ci separano da Gerusalemme hanno anche il merito di cancellare i primi luoghi comuni che la nostra cultura occidentale ci ha inculcato. Basta osservare la partita di pallone dei ragazzini che di notte giocano in “Piazza della Natività” a Betlemme; o ancora respirare il profumo delle spezie, degli aromi del narghilé e le musiche delle strade di Nazareth. Capita anche di vedere bambini che si dirigono a scuola da soli, zainetto in spalla, senza essere scortati dai genitori come ormai avviene dalle nostre parti. I luoghi comuni vengono presto demoliti, si ha sempre di più, con il passare dei giorni, la sensazione di trovarsi a casa. Le donne musulmane portano sì, il velo, ma non nascondono la loro identità dietro di esso; guidano l’auto, e una volta, ad Haifa, una ragazza del nostro gruppo che aveva ascoltato la musica che proveniva da un cellullare di un gruppo di musulmane in gita, le ha pure coinvolte in una coreografia di reggaeton. Poi però c’è un muro, quello vero. Se quello del pregiudizio è facilmente abbattuto, quello fatto di cemento trapassa l’anima e non lo si dimentica più. È il muro che separa Israele dalla Cisgiordania ed è alto in realtà otto metri, mentre la sensazione è che voglia arrivare fino in cielo per vanificare la straordinaria realtà che cielo e terra sono davvero congiunti. È la ferita più drammatica e più forte inferta a chi ha dato la sua vita perché tutti siano una cosa sola. Quando si attraversa il check-point, un misto di stupore e tristezza ti pervade; i militari che chiedono informazioni all’autista ci guardano in viso, chiedono i passaporti e poi ci lasciano passare. Un normale controllo, sicuramente legittimo, in nome della sicurezza. Ma per questo muro e in nome di questa sicurezza vengono divise città come Betlemme e Gerusalemme che distano soltanto 8,5 km. In nome di questa sicurezza per attraversare il muro bisogna percorrere chilometri in più, e se i controlli, sempre in nome della sicurezza, si fanno più scrupolosi, una persona che deve andare a lavorare al di là del muro non sa se farà in tempo o se addirittura riuscirà a passare i check-point. E se un bambino è grave in Palestina e deve essere trasportato d’urgenza in Israele, dove ci sono gli ospedali migliori (a pagamento), c’è bisogno di un’ambulanza palestinese che lo porti al check-point e di un’ israeliana che lo venga a prendere: così un bimbo muore per la sicurezza. Gerusalemme è un uragano di emozioni: di solito il primo impatto viene vissuto dal Monte degli Ulivi, noto perché è da qui che Gesù si avviò verso la città a dorso di un asino, quando fece il suo ingresso trionfale accolto dalle folle in festa (Mc 11,1-11). Qui Gesù pianse sulla Città Santa e, secondo la tradizione, insegnò il Padre Nostro ai discepoli: l’evangelista Luca, ricorda infatti che Gesù veniva spesso a pregare sul Monte degli Ulivi, sia per trascorrere la notte che per  insegnare ai suoi discepoli (Lc 22,39). Si tratta di una un’altura di circa ottocento metri, situata poco fuori le mura della città di Gerusalemme, a oriente della città e separata da essa dalla cosiddetta valle del Cedron, attraversata da Gesù per raggiungere il Getsemani dopo l’ultima cena. Da questa altura il paesaggio che si apre agli occhi del visitatore è davvero spettacolare: gradualmente si stagliano la valle di Giosafat e le mura erodiane, mentre imperiosa e imponente domina sul Monte del Tempio la brillante cupola dorata della Moschea della Roccia che identifica la spianata delle moschee. Sulla sinistra c’è la città di David nella valle del Cedron, luogo originario di Gerusalemme, e sulla destra le sette cupole dorate della Chiesa ortodossa di Maria Maddalena. Sullo sfondo, si scorgono la Torre di David e la Basilica del Santo Sepolcro. Dal Monte degli Ulivi ci si immerge verso la città vecchia, un vero e proprio gioiello che determina un salto nel tempo che suscita sentimenti indescrivibili, da vivere. Nove porte aprono l’accesso alla città santa, ognuna con la propria storia, ognuna con la propria suggestione. Quella più celebre, la Porta di Damasco, immette al Suq di Gerusalemme, mentre dalla Porta dei Leoni ci si introduce direttamente nel quartiere arabo e da quella di Sion al quartiere armeno e cristiano. Qui si percepisce la consapevolezza non solo di trovarsi nella città delle tre grandi religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo e islamismo), ma di avvertire qualcosa che non è stata mai messa in conto nella vita. Per questo, solo ed esclusivamente da vivere. Un caravanserraglio fatto di botteghe di artigiani, spezie, alimenti, dolciumi, tappeti, vestiti, fotografie, musiche, profumi di incenso e di mirra che si mescolano a quello di pesce fritto. Si attraversano arcate, porte semiaperte che introducono in segrete feritoie. È qui che i luoghi comuni vengono definitivamente smontati: il segno più importante è la convivenza pacifica di più culture, la storia si trasforma in quotidianità. Qui c’è di tutto. Nella città santa il cielo è di tutti. E sotto il cielo non c’è distinzione. Ci si sposta da un quartiere all’altro in un crescendo di emozioni e sentimenti vissuti lungo la Via Dolorosa, il Muro della preghiera ebraica (impropriamente detto “muro del pianto”), la visita alla Chiesa del Santo Sepolcro che sconvolge non solo per essere il centro della fede cristiana, ma anche per il caos, i rumori, le luci, le ombre e (nelle zone cruciali) il silenzio… Qui tutto è dialettica, tutto è divenire, tutto è sintesi, tutto è speranza. A Gerusalemme come in tutta la Terra Santa, ci sono luoghi che prendono più di altri, perché la Terra Santa è in relazione con il pellegrino: parla a tutti, ma parla alla vita di ciascuno in maniera diversa, così come è compito di ognuno rispondere con la propria vita.

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