Toquinho

La voglia, la pazzia, l’incoscienza e l’allegria

di Rosita Mercatante

Antonio Pecci Filho era chiamato Toninho dai suoi amici, ma la mamma trasformò quel vezzeggiativo in Toquinho: ed è così che tutti conosciamo questo grande interprete della musica popular brasileira. Una carriera che ha superato il mezzo secolo e ha riscosso grandi successi in tutto il mondo. Una carriera che ha avuto alti e bassi anche per via di anni difficili in Brasile. Esperienze di vita mescolate con i sogni, il desiderio di libertà con l’“esilio”, il samba con la bossa nova, le parole di una canzone col suono della chitarra. Tutto questo è Toquinho, col suo carattere mite e disponibile ed una professionalità apprezzata ovunque. Mediterraneo e dintorni lo ha incontrato a Catanzaro in occasione dell’applauditissimo concerto dello scorso 6 ottobre tenuto presso il Teatro Politeama, organizzato nell’ambito del “Festival d’Autunno”, in cui il pubblico ha potuto ascoltare un repertorio fatto ovviamente dalle sue canzoni ma anche da quelle degli artisti che Toquinho ha incontrato nel corso degli anni. Gli abbiamo posto qualche domanda.

Quali aggettivi trova più adatti per descrivere in breve i primi cinquant’anni della sua carriera artistica?

Sono sempre stato assolutamente testardo nello sviluppo della mia carriera. Un apprendista persistente dei rinnovamenti proposti dalla musica. Un osservatore fermo e determinato di quelle persone che hanno lavorato e lavorano con me. Mi considero un artigiano innamorato della creazione e del miglioramento del mio lavoro. Amo quello che faccio, riconoscendo che la fonte principale della mia ispirazione è la semplicità che cerco di trasformare trasformando la vita quotidiana in un piacere costante nella ricerca di essere felice.

Ognuno di noi è la somma di tanti elementi: le origini, la famiglia, gli studi. Ma anche gli incontri con le persone che abbiamo incontrato nel corso della vita, anche professionale. Tra le numerose collaborazioni artistiche che ha avviato nel tempo, anche con grandi interpreti e musicisti italiani, quali ricorda con maggiore emozione?

Il tempo non cancella ciò che brucia nella nostra anima. Questa lunga traiettoria può essere raggiunta solo con grande dedizione: valori ereditati da una famiglia piena di amore e positività che non ha mai smesso di supportarmi fin dall’inizio. Mi considero un artigiano, sempre supportato dalla chitarra che rappresenta l’inizio e lo sviluppo di tutto. E la musica sarà sempre una fiamma per riscaldare la mia dedizione allo strumento. Inoltre, ho il privilegio di aver lavorato con partner che hanno sempre apprezzato le mie composizioni. Studio ogni giorno alla ricerca di nuovi accordi e armonie. Amo fare quello che faccio, il palcoscenico è l’estensione della mia casa. Con ogni spettacolo celebro la mia formazione musicale, che ha reso possibile questo sviluppo. Oltre al mio maestro maggiore, Paulinho Nogueira, ho avuto lezioni in armonia con Edgard Gianullo, e ho acquisito una certa conoscenza della chitarra classica con Isaias Sávio, oltre a seguire le esibizioni di Turíbio Santos. In aggiunta a ciò, ho avuto lezioni di orchestra col maestro Léo Peracchi. E per completare questo mix di tendenze sono sempre stato appassionato dello stile di Baden Powell. Nel mezzo di questa traiettoria di apprendimento sono emerse le partnership che danno grande valore alle mie composizioni: il più grande è Vinicius de Moraes. Ho anche avuto il privilegio di lavorare con Tom Jobim, Baden Powell, Carlos Lyra e Roberto Menescal, esponenti di Bossa Nova. L’Italia ha molto a che fare con la progressione e il consolidamento della mia carriera. È stato qui che ho ottenuto il più grande successo di questo mio percorso con la canzone “Acquarello”, composta da Maurizio Fabrizio. Altri contributi italiani: Sergio Endrigo, Ornella Vanoni, Lucio Dalla, Fred Bongusto. Sono profondamente grato a tutto ciò che questa terra e la sua gente mi hanno dato. Del resto, la vita è stata incaricata di mostrarmi valori e percorsi che sapevo usare usando il mio più grande talento: quello di strumentista. Quindi c’è una celebrazione di ogni nuovo accordo, ogni presenza sul palco, ogni disco registrato, con ogni applauso del pubblico che si rinnova per molte generazioni.

Qual è il suo rapporto con l’Italia? E con le origini calabresi, eredità della nonna paterna?

L’Italia per me è la mia seconda patria. La mia ascendenza è assolutamente italiana da parte di madre e padre. Un posto dove mi sento bene, tra amici, in una terra calda e molto familiare. Era sempre così, dalla prima volta che ero lì, il tempo trascorso con Chico Buarque nel 1969, che mi ha fatto maturare molto, è stato l’inizio di una carriera, abbiamo avuto momenti difficili, ma il nostro ottimismo e la gioventù hanno contribuito a trasformare gli ostacoli in alcuni risultati sorprendenti.  C’è molto di comune tra Brasile e Italia: la spontaneità, l’importanza della famiglia che si estende agli amici, la libertà emotiva, la passione per il calcio, la musica e la loro reciproca accettazione e influenza; e la cucina abbondante e inconfondibile.  L’Italia ha consolidato questi fattori umani in me. Ma quando torno in Brasile, mi sembra di essere impregnato dall’arte che ci benedice in ogni angolo della città, così importante per il nostro equilibrio fisico e mentale. In Italia mi sento bene, tra amici, in una terra accogliente e molto familiare. Amo il pubblico italiano e il loro paese e mi sento assolutamente a mio agio. Il progresso ha cambiato un po’ il volto dell’Italia, ma il rapporto con il Paese rimane lo stesso: calore, simpatia e gioia per essere lì.

La sua musica ha attraversato un’epoca fortunata e feconda per la musica, gli anni Sessanta e Settanta. Il contesto sociale è senza dubbio cambiato, ma la figura dell’artista?

L’artista è l’antenna della società. Naviga le onde delle trasformazioni, sfruttando il meglio di loro. Le loro interpretazioni istigano, interrogano, mettono in allarme e posizionano il loro pubblico in un costante transfert di sensibilità. La musica è il collegamento risonante a questi cambiamenti. La musica degli anni ’60 e ’70 è il riflesso di questa influenza. Così bello che dura fino ad oggi. Difficilmente creerà un’altra canzone con così tanta bellezza strutturale e tanta forza trasformatrice.

Quanto è importante la musica nelle nostre esistenze?

La musica stimola le nostre menti alterando i nostri stati d’animo. Le vibrazioni dei suoni interferiscono con il nostro corpo nel risveglio di emozioni diverse. L’uomo porta con sé i segni della sua storia e la musica è presente in tutti questi segni. Attraverso la musica esprimiamo gioie, piaceri, amori e dolori. Religiosità e desideri. Secondo Darwin, il linguaggio umano deriva dalla musica. Questa è la responsabilità di essere un musicista e creare canzoni che diventano perpetue.

Musica a parte, quale altra cosa per lei è veramente importante? Ci svela i suoi progetti per il futuro?

La musica è parte integrante della mia vita. Non sarei in grado di vivere senza di lei, che è il collegamento principale tra amici e famiglia. Alla musica io porto le emozioni che riempiono la mia vita quotidiana: il calcio, una buona lettura, quattro chiacchiere con gli amici sorseggiando un buon vino. Fondamentalmente le cose semplici sono quelle che ci toccano di più e li porto sempre vicino alla musica.

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