Matera, da “vergogna d’Italia” a capitale della cultura 2019.

Evoluzione di una città e della sua “dolente bellezza”

Testo di Mariangela Quarto – foto di Nino Vinciguerra

Chiedere ad un materano di parlare di Matera è come chiedere ad un figlio di parlare di sua madre. Perché, come una madre, Matera non ti abbandona mai, ti si radica dentro e per quanto la vita potrà allontanarti qualcosa ti riporterà sempre da lei. “La prima volta che ho visto Matera ho perso la testa perché era semplicemente perfetta: così affermava il noto attore e regista statunitense Mel Gibson, all’indomani della sua “prima volta” nella città lucana, talmente suggestiva da essere definita la “seconda Betlemme”, e che ha ispirato nei secoli scrittori, artisti e registi come lo stesso Mel Gibson che l’ha scelta per ambientare il suo capolavoro “Passione di Cristo” (2004). Carlo Levi, tra i più significativi narratori del Novecento, così la descrisse: “Nelle grotte dei Sassi si cela la capitale dei contadini, il cuore nascosto della loro antica civiltà. Chiunque veda i Sassi di Matera non può non restarne colpito tanto è espressiva e toccante la sua dolente bellezza”.

Dalla Matera che Carlo Levi ha vissuto durante il confino del periodo fascista (1935), a quella di cui il regista statunitense si è innamorato (2004) sono passati svariati decenni ma quello che da sempre colpisce chi vi ci passi, è la sua bellezza.

È una città che è sempre stata al centro di polemiche e discussioni. Il biasimo per le condizioni in cui si viveva nei Sassi nel secondo dopoguerra e la dura condanna che la bollarono come “vergogna d’Italia” ha finito per isolarla dal resto del mondo e ha segnato in modo profondo la sua storia, sempre in ritardo rispetto al resto del Paese. Ma questa sua arretratezza non l’ha condannata e la rassegnazione, con il tempo, si è trasformata in consapevolezza del proprio valore. La caparbietà dei suoi cittadini ha saputo far risollevare la città da quello stato di degradante torpore e, come l’araba fenice, farla rinascere dalle sue ceneri.  Matera oggi è una città in pieno fermento dove tradizione e modernità si fondono e danno vita ad una magia assolutamente particolare. Ma per arrivare a ciò che è oggi questa singolare città ha dovuto attraversare tutte le epoche della storia dell’uomo, di cui il territorio conserva innumerevoli testimonianze, dalle più antiche, sin dal Paleolitico, per arrivare fino ai giorni nostri senza interruzione di continuità.

Il nucleo urbano originario si è sviluppato a partire dalle grotte naturali scavate nella roccia e successivamente modellate in strutture sempre più complesse all’interno di due grandi anfiteatri naturali che sono il Sasso Caveoso e il Sasso Barisano. Con la loro architettura unica e singolare i Sassi di Matera raccontano di come l’uomo sia stato in grado di adattarsi perfettamente all’ambiente e al contesto naturale, utilizzando con abile maestria le sue  semplici caratteristiche. I Sassi sorgono su uno dei versanti di una sorta di canyon scavato nel tempo dal Gravina, il torrente su cui si affacciano ripide pareti. Su di queste appaiono le caratteristiche stratificazioni di abitazioni (dette “casegrotta” perché scavate nel tufo), corti, ballatoi, palazzi, chiese, strade orti e giardini. C’è poi un altro livello, un mondo più interno e invisibile a prima vista, costituito da cisterne, neviere, grotte, cunicoli e sistemi di controllo delle acque, sistemi essenziali per la vita e la ricchezza della comunità che allora lì vi abitava. C’è una strada che corre quasi parallela al torrente Gravina e, come una sorta di asse, attraversa i due “rioni” Caveoso e Barisano. Da questa strada è possibile, allo stesso tempo, ammirare lo spettacolo del versante opposto, quello del Parco della Murgia Materana.

Sono numerosi i vicoli che si alternano tra gli edifici e dai quali è possibile salire e scendere per trovarsi in angoli sempre diversi e sorprendenti. Qui, un tempo,  tutto era sotto il controllo di tutti, perché tutto si faceva su uno stesso spiazzo, spesso con il pozzo o una fontana al centro. Il pozzo comune dove si lavavano i panni o  il forno dove si impastava il pane facevano del vicinato il fulcro dell’organizzazione della vita nei Sassi.  Tutti si conoscevano, gli eventi festosi e quelli luttuosi venivano sempre condivisi. Si stava insieme e soprattutto ci si aiutava: ognuno metteva a disposizione degli altri il proprio saper fare e la propria esperienza. Il “vicinato” (in dialetto materano: v’c’nònz) era certamente il modello sociale della vita che animava quei luoghi, la solidarietà e la collaborazione tipica del sud e degli antichi rioni materani dei Sassi, e su cui affacciavano le porte delle abitazioni. Purtroppo il vertiginoso aumento demografico di inizio Ottocento unito ad una tremenda crisi della pastorizia portarono ad un nefasto sconvolgimento sociale a cui si tentò di porre rimedio estendendo il perimetro cittadino con le prime costruzioni sul piano, ma non bastò; tant’è che si ampliarono le casegrotta in cui, però, convivevano persone e animali dal momento che insieme, nella miseria, si doveva lottare per la sopravvivenza. La situazione cambiò quando il 17 maggio 1952 Alcide De Gasperi, su suggerimento del ministro lucano Emilio Colombo, con la “Legge Speciale per lo sfollamento dei Sassi” impose a due terzi degli abitanti della città, circa diciassettemila persone, di abbandonare le proprie case per trasferirsi nei nuovi rioni appositamente predisposti. I Sassi, quella sorta di inferno dantesco, vennero così progressivamente abbandonati anche da quei poveri diavoli, che fino a poco tempo prima erano stati artefici e testimoni di una cultura che affondava le sue radici nei valori umani più semplici e profondi: il senso di comunità, la solidarietà, la condivisione che da sempre avevano animato e pervaso quei luoghi. Il degrado e l’incuria si diffusero a macchia d’olio ed un silenzio assordante prese il posto della vita che aveva animato le case, le grotte e le chiese, mentre la città si espandeva lontano ma non troppo da lì.

Prima che la vita potesse di nuovo animare quei vicoli e quelle strade bisognerà attendere la metà degli anni ’80. Fu infatti con la Legge Speciale n. 771 del 1986 – che  autorizzava i cittadini materani a tornare nei vecchi rioni in tufo per farli rivivere – che, ancora una volta, tutto cambiò. Lentamente la città cominciò a riappropriarsi della sua storia, della sua identità e delle sue radici. Fu un vero e proprio rinascimento per i Sassi. Solo nel momento in cui tutto questo è stato finalmente chiaro, l’Italia, l’Europa e il mondo intero hanno potuto comprendere il reale valore di questa piccola, povera e dimenticata cittadina del Sud. Nel 1993 l’UNESCO dichiara i Sassi di Matera Patrimonio Mondiale dell’Umanità, il primo luogo nel Meridione ad aver ottenuto tale riconoscimento.

Il modo diverso con cui il mondo ora guardava Matera ha fatto sì che anche nei cittadini materani maturasse quella nuova consapevolezza che ha determinato, il 17 Ottobre 2014, la sua designazione a Capitale Europea della Cultura per il 2019, grazie a luoghi pittoreschi e affascinanti, disseminati lungo i suoi vicoli, come ad esempio le Chiese Rupestri. Si tratta di strutture religiose scavate nel tufo, importante testimonianza della presenza di comunità di monaci benedettini, longobardi e bizantini che, nel corso del tempo, sono state adibite a vari usi, diventando in alcuni casi abitazioni o ricoveri per animali. Le chiese rupestri contengono spesso affreschi ed elementi scultorei, che, oltre alla funzione decorativa, invogliavano alla contemplazione e alla preghiera. Santa Maria de Idris – San Giovanni in Monterrone,  risale al Trecento e conserva antichi affreschi; Santa Lucia alle Malve si trova nelle vicinanze della precedente S. Maria de Idris nel rione Malve ed è il primo insediamento monastico femminile dell’ordine benedettino, risalente al secolo VIII ed il più importante nella storia di Matera;  San Pietro Barisano o dei SS. Pietro e Paolo al Sasso Barisano,  in origine detta san Pietro de Veteribus, è la più grande chiesa rupestre della città; Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci, realizzata intorno all’anno Mille assieme all’annesso monastero.

C’è poi l’altra faccia di Matera, quella più primitiva ed a tratti inaccessibile, che si trova sull’altro versante del torrente Gravina, specularmente ai Sassi. Qui si estende il Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri del Materano anche conosciuto come Parco della Murgia Materana. Tra i Sassi e il Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri del Materano si contano ben 155 chiese rupestri, la maggior parte delle quali ubicate nel Parco della Murgia, ben nascoste dalla fitta vegetazione e scavate lungo gli argini scoscesi del torrente Gravina in luoghi impervi e di difficile accesso,  impreziosite da spettacolari affreschi. Il Parco custodisce anche gli insediamenti più antichi del territorio come la ben nota “Grotta dei Pipistrelli” i cui ritrovamenti paleolitici sono conservati nel Museo Nazionale di Matera, i villaggi neolitici di Murgecchia, Murgia Timone e Trasanello a nord e i villaggi rupestri della Selva, il villaggio Saraceno a Sud.

Il centro storico della cittadina lucana è rappresentato da piazza Vittorio Veneto, anticamente Piazza Del Plebiscito, conosciuta anche come “Piazza della Fontana” per la presenza in passato della grande “Fontana Ferdinandea”. Nel suo sottosuolo si estendono più di 5000 mq di locali ipogei, una vera e propria città sommersa e connessa con i Sassi. Proseguendo lungo la via del Corso si arriva fino a piazza San Francesco d’Assisi dove è possibile ammirare l’imponente omonima chiesa seicentesca in chiaro stile barocco. Anche qui sono presenti degli ipogei che testimoniano sotto la piazza il livello originario dei luoghi. Molti i palazzotti nobiliari. La Cattedrale, dedicata ai santi patroni di Matera, Maria SS. della Bruna e Sant’Eustachio, realizzata in chiaro stile romanico pugliese, è affiancata da un maestoso campanile (alto 54 metri) che domina tutto il paesaggio della città. Tra gli edifici imponenti costruiti a Matera durante il medioevo, una menzione particolare va fatta per il Castello Tramontano, situato fuori dalle mura cittadine, in perfetto stile aragonese. Oggi una passeggiata in questa capitale europea della cultura consente anche di frequentare ottime osterie e graziose botteghe artigianali, cresciute in qualità e numero nell’ultimo ventennio.

Il nostro viaggio termina qui, ma prima di salutarci permetteteci di spendere solo due parole su una data che segna uno dei momenti più importanti nella vita di qualunque materano: il 2 luglio. In questo giorno,  ogni anno da più di 600 anni, Matera si trasforma. È il Capodanno dei materani, un vero evento per la città, atteso e organizzato durante tutto l’anno: la festa di Maria Santissima della Bruna, la Santa Patrona.

È indubbio che sia ancora forte il bisogno di scrollarsi di dosso, definitivamente, quel marchio di arretratezza che per troppi decenni la città si è portata addosso come un fardello, ma altrettanto forte è il pericolo di spingersi troppo oltre, rischiando di perdere la propria identità. Purtroppo, il dover essere sempre al passo con i tempi, in alcune occasioni, sta portando quasi a snaturare la vera essenza di questo luogo, la sua “dolente, fragile ma perfetta bellezza”. Il suo fascino risiede proprio in sé stessa. Questo non vuol dire chiudere le porte all’innovazione e al progresso ma, oggi più che mai, l’imperativo deve essere quello di preservare e tutelare l’enorme patrimonio che ha portato questa città ad essere quello che oggi è divenuta, non più “vergogna d’Italia” ma fiore all’occhiello di tutta la Nazione.

E da Matera, per ora, è tutto e “a mogghj a mogghj a quonncjvajn” (“ciò che verrà sarà meglio di ciò che è stato”).

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