L’uomo dei boschi non è un eroe. È di più.

di Felice Foresta

Cosa c’è di più mediterraneo del ricordo del padre che si annida in un figlio? La narrazione di quel ricordo. Non ci sono dubbi. Se a cimentarsi nella costruzione della memoria e nella sua traslazione letteraria è, poi, un giovane autore d’oltralpe di Champagnole, che non ha paura di sfidare il tema tentatore e misterioso della morte, il cerchio si chiude alla perfezione. Senza sbavature e senza perché. Senza scuse e senza accuse. Rimane solo l’afrore del rimpianto di aver terminato presto, troppo presto, la lettura di un piccolo gioiello di letteratura e di verità.

“L’uomo dei boschi” si colloca in quella nicchia di opere a metà fra il romanzo e il memoir che dispiegano la loro forza narrativa e di pensiero diluendola nel tempo. Trattenendola e rilasciandola a più riprese. Subito, rapendoti mentre ne assapori la delicatezza del testo e del lessico. E dopo, quando avverti il desiderio di riprenderlo tra le mani perché, in questo breve romanzo, scorgi le ombre che non hai superato e la grandezza di una figura, tuo padre, con cui ti troverai a fare sempre i conti e i confronti nella vita. Perché questo diario scritto sulla morte e con la morte ti consegna le chiavi per aprire le porte del ricordo e del suo nitore. E queste chiavi Pierric Bailly – ospite di recente alla XV edizione del Festival Parole Erranti organizzata a Catanzaro dalla lussureggiante associazione La Masnada – le  utilizza e le fa utilizzare senza lasciare nulla da investigare. Lo scrittore francese parte dalla morte del padre avvenuta in circostanze poco chiare. Christian Bailly ha poco più di sessant’anni, è alle soglie della pensione, è un uomo semplice e ama andar per boschi in cerca di funghi. Durante una passeggiata scivola, cade in un dirupo e nella terra pone fine alla sua esperienza terrena. Forse muore sul colpo, forse no. La morte la incontra, dunque, per assencodare la sua unica passione. Ma non è questo il tema. È la montagna, invece, la prospettiva che Bailly riesce meglio ad esplorare e a narrare declinando un elogio alla bellezza e alla lentezza senza pari. Però, siamo solo al punto di partenza. Il canovaccio su cui si dipana l’ordito narrativo de “L’uomo dei boschi” è, infatti, un variegato di suggestioni, di stati d’animo, di piccole gioie e angosce che si agitano fra il carattere schivo di un uomo semplice – il  padre, dai grandi slanci verso i rifiutati, un apprendista della causa sociale, non, però, di quelli che enunciano le idee, ma le applicano – che non diventerà mai un eroe, e la capacità di reazione di un figlio avvinta al dolore e allo stupore, al ricordo e alla vita, all’amore e alla morte. Sì, alla morte. Perché la morte non è solo un evento di lutto e sofferenza. La morte è un concetto. “È il concetto della morte. Una vita si ferma, è la fine della storia. Ma la morte genera una nuova storia.” Non c’è che dire. La Clichy, nata da neanche un lustro, è libreria e casa editrice al tempo stesso, si trova nell’Oltrarno fiorentino, fra Palazzo Pitti e San Frediano, e ogni volta che ci entri ti porge le atmosfere candite di spazi e scaffali londinesi o parigini. Con Pierric Bailly ci ha fatto davvero un gran regalo. Un regalo senza accisa e senza valore. “L’uomo de boschi” non è un eroe. È di più. È un dono che vale adesso che si avvicina il tempo dei morti. E che, però, vale per sempre. Soprattutto quando avremo un unico, insondabile, invincibile e, purtroppo, irrealizzabile, desiderio. Stringere la mano di chi non c’è più. Stringere la mano di nostro padre.

 

Titolo: L’uomo dei boschi Autore: Pierric Bailly

Anno: 2018

Casa Editrice: Edizioni Clichy

Pagine: 118

Prezzo: Euro 15,00

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