Dalmazia: le pietre della creazione in un mare di cristallo

di Adriana Ivanov

Narra un’antica leggenda dalmata che alla fine della creazione a Dio avanzò un sacco pieno di pietre inutilizzate: decise allora di rovesciarle tutta sulla Dalmazia, costellando così di innumerevoli isole il suo mare blu. Affacciatevi sulla sponda orientale dell’ Adriatico e scoprirete una lunga fascia costiera che dal Golfo del Quarnaro discende a ridosso delle Alpi Bebie/ Velebit e delle Alpi Dinariche, giù giù fino alle Bocche di Cattaro nell’ attuale Montenegro, per poi congiungersi senza soluzione di continuità alla costa dell’ Albania. Catene montuose aspre e brulle, bruciate dal vento di bora, che calando da Nord Est ne spazza impietosamente il versante esposto alle sue raffiche; terra rossa di bauxite, che il contadino da millenni scava a colpi di piccone, perché non basta farlo piantando la vanga, per ricavare con fatica appezzamenti coltivabili, dopo aver estratto le infinite pietre che egli utilizza per costruire i tipici muretti a secco del paesaggio mediterraneo, qui chiamati con parola veneta masiere, così da delimitare i confini della proprietà; un mare blu come il cobalto, che sfuma nel verde smeraldo all’interno di baie e calette ombreggiate dai pini marittimi, o si illumina di turchese sopra i rari fondali sabbiosi, ed ecco individuata la tavolozza pittorica di una terra selvaggia e insieme struggente nella sua dolcezza. Tali caratteri hanno influenzato nei secoli il temperamento degli abitanti, rudi marinai e appassionati canterini, come le cicale che nei mesi estivi fanno da colonna sonora al paesaggio. Questa allungata regione costiera, che ha subìto nei secoli frammentazioni territoriali e mutazioni geopolitiche fino alle soglie del terzo millennio, si caratterizza per un’omogeneità paesaggistica nonostante la varietà dei suoi elementi geomorfologici. La denominazione Provincia Dalmatia risale ai tempi dell’imperatore Claudio, pur avendo ascendenze illiriche: gli originari abitanti Illiri chiamavano infatti dalmao delmë la pecora.

Terra di frontiera per eccellenza, stretta tra il monte e il mare, come dicevamo, fu cerniera tra Est e Ovest, tra il bacino del Mediterraneo e quello danubiano, tra alfabeto e civiltà latina da un lato e dall’altro alfabeto cirillico e mondo slavo, comparso sulla scena della storia più tardi, dopo la caduta dell’Impero Romano, e come tale regione destinata alle scorrerie, alle invasioni, alle cupidigie e alle dominazioni di svariati popoli. Ancor oggi agli occhi del turista si impongono inseriti nel paesaggio i segni della Romanità: l’Arena di Pola, il Foro di Zara, il Palazzo di Diocleziano a Spalato, e quelli della Serenissima, per secoli patria di riferimento dei dalmati, che ne costituivano lo “Stato da Mar”. Sul bordo dei pittoreschi mandracchi, porticcioli dove trovano rifugio le barche dei pescatori, o nelle piazzette e nei campielli arabescati da bifore e trifore delle case veneziane e da vere da pozzo in marmo, occhieggiano ovunque rilievi raffiguranti il Leone di San Marco in varia postura. Si susseguirono poi  l’Austria-Ungheria, il compiuto Risorgimento di parte delle “ Terre irredente” dopo la Prima Guerra Mondiale, la Seconda  con i suoi orrori e qui anche gli infoibamenti e gli annegamenti degli italiani, l’Esodo, cioè la fuga in massa da una terra non più loro, perché ceduta alla Jugoslavia, fino al conflitto che negli anni Novanta dello scorso secolo determinò lo smembramento di tale Repubblica, la frammentazione cartografica e politica tra Croazia e Montenegro: ma immutato è da Lussino/Losinj giù fino alle Bocche di Cattaro/Kotor il continuum geomorfologico di una terra screziata di luci, tonalità cromatiche, odori e sapori, in una sinestesia che coinvolge tutti i sensi e stordisce nella sua intensità. Prospiciente alla costa, sinuosa e frastagliata, piena di rientranze e valloni, si snoda un rosario di isole e isolotti, scogli e scoglietti, con le stesse caratteristiche geologiche, morfologiche, faunistiche e vegetali, profumate di salvia, rosmarino, ginepro, finocchio selvatico, lavanda. Zara/Zadar, Sebenico/Šibenik, Traù/Trogir, Spalato/Split, Ragusa/Dubrovnik, Cattaro/Kotor, si ergono orgogliosamente romane e/o veneziane nella loro facies architettonica, urbanistica, culturale e guardano snodarsi davanti all’orizzonte le mille isole (ma forse sono duemila!) raggruppate in arcipelaghi o solitarie come sonnacchiosi animali marini acquattati sull’acqua. A sud di Cherso/Cres e Veglia/Krk, Lussino, la più meridionale del Golfo del Quarnaro, Lussino la Bella, con un microclima che la rende un habitat quasi tropicale, tanto che gli Asburgo fecero nascere qui il turismo della salute, lascia il passo ad Arbe/Rab, a Pago/Pag, all’Isola Lunga/ Dugi Otoke, ancora alle grandi isole di fronte a Spalato: Brazza/Brač , Lesina/Hvar, Lissa/Vis, Curzola/Korčula. Tra  Zara e Sebenico, parallelamente ai cordoni insulari prospicienti la costa, ma verso il mare aperto,il fascinoso arcipelago delle Incoronate/Kornati ostenta lo sconvolgente contrasto tra il candore delle aguzze rocce delle sue isole, rese lunari dall’ azione dei venti e del salmastro, candidi panettoni di sasso che si immergono nel mare tinta cobalto quando è sferzato dal maestrale. Ma tutti i venti escono dall’ otre di Eolo in questa terra selvaggia, dall’umido e inquieto scirocco foriero di piogge e fulminee tempeste, qui dette nevere, alla già citata bora che cala dai monti Velebit e rissosa, irascibile, implacabile, soffiando da terra verso il largo, increspa e fa ribollire le onde, fino a ridurle in pulviscolo d’acqua. Perché questo vento dominatore degli spazi può modularsi in varie tonalità, che il dialetto veneto, mai sopito in una terra così a lungo veneziana, colloca in una scala di valori che vanno dal borìn al borignolo alla bora  al boròn all’ uragan de bora. Paradiso dei naviganti, seppur denso di rischi, questo mondo equoreo offre il suo azzurro letto da solcare, le sue insenature sottovento per trovar riparo dai venti di qualsiasi direzione, i cieli incontaminati, lapislazzulo di giorno, tappeti trapunti di stelle di notte. Lo ama chi ha le sue radici lì, chi vi è legato da fattori ancestrali, chi lo scopre da turista, turbato dal potere dominante della natura. Lo ha suggellato coi suoi versi Umberto Saba, che in “Ulisse” vi ha ambientato la sua inquietudine esistenziale:

 

  Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

Adriana Ivanov, figlia di esuli ed esule lei stessa all’età di un anno da Zara, già docente di Italiano, Latino, Greco, Storia e Geografia, è autrice di “Esodo” e di “Istria Fiume Dalmazia Terre d’Amore”. È  consigliere dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e assessore alla cultura dell’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo – Libero Comune di Zara in esilio che riunisce e rappresenta gli esuli dalmati. Vive a Padova. Notevole e preziosa la sua consulenza nell’ambito della divulgazione e della memoria della cultura dalmata.

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