Il ritorno di Trieste all’Italia

Dopo 10 anni di amministrazione straniera, alleata e jugoslava, il 26 ottobre 1954 la città torna italiana

di Salvatore Scalise

“Scendo verso Trieste percorrendo una costa mediterranea e insieme nordica, come Trieste stessa: scogliera ventosa, selvatica; con scintillii mediterranei, colori smorzati ma folli; con luci crude, bianco cauto, d’argento, di piombo”. Le parole di Guido Piovene tratteggiano in maniera perfetta il sentire di colui che si appresta a visitare per la prima volta la città dell’alabarda di San Sergio, attratto e affascinato da quella speciale bellezza ombrosa della città giuliana dovuta non solo alla sua posizione geografica ma, in particolare, al fascino seducente della memoria storica. Trieste città di confine, mitteleuropea, da sempre punto mediano tra un nord e un sud, tra un occidente e un oriente.

Quando chiesero ad Italo Svevo, all’anagrafe Ettore Schmitz, come mai avesse scelto proprio quello pseudonimo per firmare i propri scritti, aveva risposto: “Per comprendere la ragione di uno pseudonimo che sembra che vuole affratellare la razza italiana a quella germanica, bisogna avere presente la funzione che da quasi due secoli va compiendo Trieste alla porta d’Italia: funzione di crogiuolo assimilatore degli elementi eterogenei che il commercio e anche la dominazione straniera attirarono sulla vecchia città latina…”.

Trieste, quindi, luogo d’incontri e di contrasti, di lingue, razze e religioni che hanno reso unica questa città dove tutti possono ritrovare e riconoscere qualcosa che appartiene al proprio essere, tanto da far scrivere ad un irlandese di Dublino come James Joyce che “la mia anima è a Trieste”.  

L’essenza immediata di Trieste è il suo legame imprescindibile con la dinastia degli Asburgo e il loro impero, che si manifesta con fierezza attraverso il Castello di Miramare di Massimiliano I, il Borgo Teresiano, ideato e voluto attraverso la bonifica di quei luoghi da Maria Teresa d’Austria, la vecchia stazione ferroviaria Transalpina, il Palazzo Ferdinandeo, i suoi caffè, i suoi palazzi, il Porto. Tutto ricorda gli Asburgo d’Austria a Trieste, con quella atmosfera e cultura mitteleuropea che ci riporta indietro alla fine dell’Ottocento quando, sul corso principale, le vetrine più belle dell’Impero e i caffè pieni di intellettuali attestavano la ricchezza economica e culturale della città. Ma la memoria storica della città giuliana è tanto altro: la presenza di una comunità ebraica che tanto ha contribuito alla crescita economica e culturale della città, l’incontro delle varie culture favorite dal porto imperiale che hanno creato quel luogo cosmopolita di cui tanti scrittori hanno lasciato traccia nelle loro opere, il sentirsi profondamente città italiana. Un luogo di frontiera, Trieste, dove, ad un certo punto della Storia, le prerogative positive della presenza di varie culture si sono trasformate in conflitti, paure, eccidi, esodi. Trieste, dove genti ed economie si incontrano per dare vita a liberi scambi, caratteristica che affonda le radici nella storia della città di San Giusto. Tergeste (Città mercato), la vecchia città latina – come scriveva Svevo – che ha tramandato ideali di libertà da sempre strenuamente difesi dai suoi abitanti. Già a metà del 1300, infatti, i triestini difesero con estrema fierezza le peculiarità di libero comune dalle mire della più potente Venezia che, a quell’epoca, assumeva sempre di più un ruolo predominante di potenza marinara, non solo all’interno del Mare Adriatico ma nell’intero Mediterraneo. Ed è proprio per sfuggire a questo destino di subalternità nei confronti della Serenissima che nel 1382 i governanti della città si determinarono ad “offrire l’obbedienza” al duca Leopoldo III d’Asburgo, in cambio della tutela delle libertà civiche di Trieste che, di fatto, divenne parte del territorio del duca d’Austria. Questa manifestazione di volontà da parte del popolo triestino sarà conosciuto come “Atto di Dedizione “ e legherà le sorti della città di Trieste, per oltre 500 anni, al destino degli Asburgo di Vienna. Questo legame incominciò a venire meno quando la componente di origine italiana presente a Trieste nella parte costiera della Dalmazia, dell’Istria e del Trentino venne sempre più emarginata dalla monarchia asburgica a favore della componente slava presente nei territori della monarchia austro-ungarica. È con la prima guerra mondiale che il legame verrà reciso definitivamente. Il 3 novembre 1918, giorno del patrono della città, San Giusto, quando, alle 04:20, il cacciatorpediniere “Audace” attraccò sul molo di S. Carlo, si può dire che tutta Trieste era presente per salutare i bersaglieri che sbarcavano (da quel giorno il molo venne ribattezzato dei Bersaglieri).  Il 4 novembre, quando in Piazza Grande i militari italiani issarono sul campanile di S. Giusto il tricolore, ricamato e cucito in clandestinità negli anni della guerra da quattro donne triestine (conosciute come il Quartetto del fiore), esplose quella italianità che da sempre era presente a Trieste, portata avanti da associazioni come la Lega Italiana, la Dante Alighieri, la Società Ginnastica o da uomini come Guglielmo Oberdan (impiccato nel 1882 per aver confessato di voler uccidere l’imperatore Francesco Giuseppe), Felice Venezian, Spiro Tibaldo Xydias, Ruggero Timeus Fauro, Carlo e Giani Stuparich, Scipio, Slataper e tanti altri.

Avvenimenti epocali si susseguirono velocemente colpendo in modo inesorabile quei territori con lo scoppio della Seconda guerra mondiale quando le contraddizioni della hybris umana, alimentata da nazionalismi e dalle ideologie, esplosero senza che più nessuno potesse fare nulla per fermarle. E così Trieste nel 1943 subì l’occupazione nazista con la creazione della Zona di Operazioni Litorale Adriatico alle dirette dipendenze della Germania, subendo la realizzazione dell’unico campo di sterminio in Italia, quello della Risiera di San Sabba, e i rastrellamenti con cui moltissimi ebrei, ma non solo, vennero avviati in Germania ai campi di sterminio.

Trieste non poté far nulla neanche quel 1° maggio 1945 quando sulla città arrivarono i partigiani comunisti jugoslavi di Tito che marciarono sulle vie della città senza che nessun triestino partecipasse alla liberazione. Iniziavano così quei dolorosi mesi in cui la bandiera jugoslava con la stella rossa sventolava sui palazzi cittadini. Successivamente in città entrarono le truppe alleate. Silvio Benco, scrittore triestino, scriveva nel suo Contemplazione a Trieste: “Su tutto il mondo rideva in quei la pace, a Trieste regnarono terrore e dolore. Ascoltavamo alla radio il giubilo di tanti popoli, il clamore esaltante delle città liberate […] su noi incombeva l’avvilimento dei beffati dal destino”. L’occupazione durò fino a giugno 1945 quando, a seguito di un accordo sottoscritto tra Tito e gli alleati anglo-americani a Belgrado, in attesa della conferenza di pace, il territorio giuliano venne diviso in due parti: una denominata Zona A, sotto il controllo di un governo militare angloamericano comprendente Gorizia, Trieste e l’enclave di Pola, e una denominata Zona B in cui ricadeva una buona parte del territorio della Venezia Giulia, sotto il controllo della Jugoslavia. Nasceva così la Linea Morgan.

Trieste fu testimone di quel drammatico esodo di uomini e donne – il cui numero è stimato in 350.000 – che dalle zone occupate dalle truppe di Tito fuggivano dalle truppe jugoslave che avevano dato inizio a quella pulizia etnica che avrebbe avuto come segno distintivo le cavità carsiche delle Foibe dove venivano buttati gli italiani. Si stima in più di 11.000 il numero dei morti, tra infoibati e assassinati nei campi di concentramento di Tito. Giani Stuparich ricordava quei giorni nel suo Trieste nei miei ricordi: “Erano i giorni più amari di Trieste della Venezia Giulia, quando i potenti del mondo giocavano col nostro piccolo destino. Speranze e delusioni si alternavano, si passava dall’esasperazione all’abbattimento, dall’abbattimento alla rivolta”.

La storia di Trieste ci ricorda anche quei potenti del mondo che, il 10 agosto 1947, firmarono a Parigi i trattati di pace con in cui l’Italia, sulla frontiera orientale, fu costretta a cedere alla Jugoslavia la città di Fiume, il territorio di Zara, gran parte dell’Istria, del Carso trentino e goriziano, l’alta valle dell’Isonzo. A Trieste veniva creato il Territorio Libero di Trieste, soggetto ad un Governo Militare Alleato alla cui guida vi era il generale britannico Winterton. Ma soprattutto la storia di Trieste richiama alla memoria le tante rivolte che vennero organizzate sempre più frequentemente, finalizzate al ritorno della città di Trieste nella sovranità dell’Italia.

L’anno decisivo fu il 1953 quando, sconfitto alle elezioni Alcide De Gasperi, venne formato un governo monocolore democristiano a guida Giuseppe Pella. Sono mesi in cui la politica estera del governo italiano cambia drasticamente, forte soprattutto dell’appoggio avuto dagli italiani che in molte città organizzarono manifestazioni per Trieste italiana. Così, alle continue minacce del comunista Tito di occupare la Zona A, quella del Territorio Libero di Trieste, il governo Pella rispose con la mobilitazione di reparti dell’Esercito sulla frontiera orientale. A questa fermezza dimostrata dal governo italiano, gli anglo-americani, l’8 ottobre 1953, dichiararono di voler lasciare l’amministrazione della Zona A all’Italia. A seguito di quella vittoria diplomatica, il 14 ottobre scesero in piazza i ragazzi triestini che, nonostante le minacce ancora una volta di invasione da parte di Tito ed il divieto delle autorità militari di esporre il tricolore, mostrarono dignità e fermezza imbandierando di tricolori la città, in una notte che a Trieste viene ricordata come la Notte del Tricolore.

Il 3 novembre, a ricordo dello sbarco dei primi reparti militari italiani nel 1918 sul municipio di Trieste venne esposto il Tricolore, poco dopo ritirato da un ufficiale americano. È  il 4 novembre del 1953 che a Trieste si consumano gli scontri più cruenti con la polizia del governo provvisorio. Al ritorno di una manifestazione commemorativa della Vittoria al Sacrario di Redipuglia si creò un corteo di manifestanti che si diresse in piazza Unità preceduto da due Tricolori. I manifestanti furono dispersi con cariche dalla polizia. La mattina del 5 novembre i ragazzi della Giunta d’intesa studentesca decisero di protestare per la violenza della polizia, di nuovo ci furono scontri e lanci di pietre addirittura all’interno della Chiesa di Sant’Antonio. Il pomeriggio, durante la riconsacrazione della Chiesa, iniziarono nuovi scontri tra i ragazzi e la polizia ma questa volta, al lancio di pietre, gli agenti del governo provvisorio sparano ad altezza d’uomo uccidendo Piero Addobbati e Antonio Zavadill. In risposta a quanto avvenuto il giorno precedente, un corteo di oltre diecimila persone, il 6 novembre, devasta la sede del Fronte dell’Indipendenza Sloveno e successivamente si dirige verso Piazza Unità assaltando il Palazzo della Prefettura. Immediatamente la polizia aprì il fuoco contro i manifestanti uccidendo Francesco Paglia, Saverio Montano e Leonardo Manzi. In un altro scontro perse la vita Erminio Bassa.  Tutti i caduti facevano parte della Lega Nazionale e solo nel 2004 il Presidente della Repubblica Ciampi concesse loro la medaglia d’oro alla memoria.

A seguito di questi avvenimenti, all’inizio del 1954 ebbero inizio le trattative a Londra, a tavoli separati con la Jugoslavia, per trovare una soluzione alla Questione di Trieste. Il 5 ottobre 1954 si trovò una intesa sul passaggio della Zona A all’Italia e la zona B alla Jugoslavia. Per inciso, per l’Italia quello che fu firmato a Londra non era un trattato internazionale ma un semplice Memorandum. È con la firma del Trattato di Osimo del 10 novembre 1975 che l’Italia rinuncia incomprensibilmente al territorio istriano settentrionale. Trieste ritornò all’Italia il 26 ottobre 1954, quando ancora una volta le navi della marina militare italiana attraccarono nel Porto ed i bersaglieri raggiunsero, via terra, le strade cittadine salutati da migliaia di triestini.

Oggi Trieste, città di una frontiera che non esiste più, è la memoria sempre viva di vicende lontane e indimenticate, il ricordo dei fuggiaschi di Pola e dell’Istria che sbarcavano come storditi, e si afflosciavano sulle rive, accanto alle loro misere masserizie. Italiani che vennero aiutati e soccorsi da una città che – come recita la motivazione della medaglia d’oro concessa nel 1954 – con tenacia, con passione e con nuovi sacrifici di sangue ribadiva dinanzi al mondo, il suo incrollabile diritto d’essere italiana.

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