Il Primo Uomo è una camicia bianca.

di Felice Foresta

Parlare di Albert Camus è sempre un rischio. Quello di lambire le coste e il crisma di un abisso da cui rimani eternamente avvinto: la sua grandezza. Non è necessario avventurarsi in acrobatiche proiezioni di pensiero o in stucchevoli elencazioni salottiere. A farti capire la sontuosità della capacità indagatrice e disvelatrice dello scrittore francese basterebbe la motivazione del Premio Nobel assegnatogli nel 1957, tre anni prima della morte incontrata tra i rottami di un’automobile a seguito di un maledetto incidente.“Per la sua importante produzione letteraria che, con perspicace zelo, getta luce sui problemi della coscienza umana nel nostro tempo”. Dissero e scrissero. Ed ebbero ragione. Perché gli scritti di Camus sono raggi sui nostri anfratti. Scrutano e ti scrutano. Sono bolle di luce sul nostro io. Illuminano e t’illuminano. Sono stelle nel cielo delle nostre pochezze. Accendono e ti accendono. Anche quando meno te lo aspetti. Anche quando t’imbatti in una narrazione postuma che ha il sapore di un romanzo di formazione all’incontrario. E così Il Primo Uomo, che quasi sempre finiamo per leggere dopo aver fatto incetta di tutta l’altra sontuosa produzione, ci consegna un Camus in apparenza fuori dal comune. More solito, però, capace di centellinare, manovrare e magnificare emozioni e suggestioni che, qui,  si dipanano fra infanzia e povertà con commovente rapimento per il lettore. Perché, come lumeggia l’autore, è inutile farsi illusioni perché dall’infanzia non si guarisce mai e perché sorella povertà – dimensione agli antipodi della miseria – è più prossima alla libertà di quanto non si possa immaginare.

Il romanzo, il cui manoscritto fu rinvenuto tra i grovigli di lamiera e dolore nella sua integra verginità di correzioni, abrasioni e aggiunte, è autobiografia in purezza, dono della certosina opera di ricostruzione della figlia Catherine  Si snoda serafico e dolcissimo nelle vicende del protagonista, Jacques Cormery, il quale, mosso dall’insopprimibile desiderio di recuperare il ricordo del padre inghiottito dai tentacoli di quella brutta nuvola della prima guerra mondiale, torna in Algeria e, in realtà, finisce per scoprire, anzi riscoprire, solo se stesso. E lo fa attraverso il segmento più fulgido della propria esistenza, quello che restituisce al primo uomo, appunto: l’infanzia. Un’epoca aurea, quella di Jacques/Albert, fatta di poche cose, essenziali e ineludibili: il sole che è vita, la gioia di un campo di pallone, le corse in spiaggia, un libro letto per diletto e il Mediterraneo, che è mare e altare di bellezza. In sottofondo, il nitore dei colori e dei profumi di Algeria. E, su  tutto, gli affetti dei suoi cari, tra cui primeggiano una madre (cui è dedicato il romanzo e per la quale – avrebbe confidato un giorno Camus –  si rivolse alla scrittura per interpretarne i silenzi) e un maestro elementare, inevitabile e necessario come un padre.

Le Premier Homme è uno straordinario omaggio alla memoria del cuore, una delicatissima dichiarazione di amore verso il passato, un’opera di cesello che ci regala un Camus maturo e completo. È  una camicia bianca, quella cui ogni uomo, anche il primo, tiene molto. Come ogni mediterraneo.

Titolo: Il primo uomo

Autore:Albert Camus

Anno: 2015

Casa Editrice: Bompiani

Pagine: 355

Prezzo: Euro 11,00

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