Borghi d’Italia: alla scoperta di quello che c’è ma non si vede.

di Luigi Colella 

È un luogo comune ai più che alcuni paesi sono morti o sono destinati a morire; esiste invece un’Italia che c’è e che non si vede, o che molti non vedono e godono in pochi: quella dei borghi. Quell’affascinante agglomerato urbano, generalmente fortificato e risalente al periodo che va dal Medioevo al Rinascimento, sovente costruito attorno a un castello o palazzo appartenente alla famiglia nobile che deteneva il potere in quel momento, è il borgo, spesso circondato da mura. In Italia se ne contano circa 270,  dalle Dolomiti alla Sicilia, e sono il simbolo della cultura italiana che preserva patrimonio artistico e architettonico, tradizione e tesori eno-gastronomici. Italiani e stranieri stanno aggiornando la loro percezione di luoghi meravigliosi in cui si trovano ancora le lucciole e i camini che fumano, lontani dal turismo di massa. È  qui che scopri la resilienza, in quei borghi in cui vivono ancora figli di generazioni passate; la intravedi nelle strade con buche riempite da pietre dagli stessi abitanti, in questa Italia che resiste nonostante le attenzioni verso una costa che sta diventando sempre più finta, e le grandi città sempre più affollate. Sono luoghi da godere oggi perché i nostri figli potranno conoscere sempre meno persone che questi posti li hanno conservati e protetti gelosamente. Da sottoporre al patrimonio dell’Unesco per cristallizzare lo stato delle cose così com’è, queste aree sono la cartina al tornasole di come si possa resistere, nonostante tutto. Sono realtà anche quei borghi che hanno subito o stanno subendo maquillage per quell’ospitalità diffusa che è diventata la nuova offerta in un mercato ancora di nicchia. Attraverso interventi accurati, ma anche discutibili e criticati dai puristi, molti centri cominciano a rivivere grazie a un turismo attento e con poche pretese. È inevitabile che gli eventi sismici che hanno colpito il nostro Paese, specie nell’ultimo quarantennio, abbiano spostato l’attenzione sulle aree periferiche e in particolare in quei borghi, appunto, che sono risultati più vulnerabili alle scosse e alla successiva emigrazione della popolazione residente. Dal 1976 in Friuli Venezia Giulia al 1980 in Irpinia, al 2012 in Emilia Romagna, al 2016 in centro Italia, sono emerse diverse modalità d’affrontare le tragiche conseguenze del sisma: la reazione delle popolazioni colpite, i danni al patrimonio, le questioni riguardanti il recupero, il restauro, la ricostruzione. Il concetto di freespace lanciato dalle curatrici della Biennale di Architettura 2018, in corso a Venezia fino al 25 novembre, è legato all’idea di uno spazio “free and safe”, in cui coloro che ne fruiscono e lo vivono possano sentirsi liberi dalla paura del terremoto e liberi di ritornare ad abitare nei luoghi più caratteristici dell’Italia che in questo momento storico rischiano di essere completamente abbandonati, in favore di nuove civitas costruite lontano dal loro luogo di origine, spesso proponendo forme e consistenze avulse dal contesto storico.

La resilienza, l’occasione concreta che qualcuno ha già colto per essere custodi e promotori attivi del proprio territorio e riattivare il concetto di rivitalizzazione sostenibile dei borghi italiani, quando non è spontanea deve necessariamente partire dalla pianificazione tesa alla rivitalizzazione sostenibile di un borgo e del suo territorio, in cui la salvaguardia e il recupero di quel luogo sia l’occasione per il riutilizzo e la rigenerazione del centro storico danneggiato e/o abbandonato e la riconversione del suo patrimonio abitativo storico urbano: un’occasione per valorizzare le risorse artistiche e culturali dei centri urbani minori e dell’entroterra, per l’innalzamento delle opportunità di crescita sociale ed economica, di sviluppo turistico delle comunità locali e il ripopolamento dei borghi italiani.

Pianificare il turismo è una scienza e come tale non può essere improvvisata perché ha alla base un comune denominatore che è il cittadino. “Il turismo del futuro? Parte dai cittadini residenti, dalla loro qualità della vita, dalla capacità di essere felici, dalla loro cura verso la terra che abitano. I turisti arriveranno di conseguenza”. Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, stravolge i canoni tradizionali con cui si pensa al turismo, invita a cambiare paradigma. Afferma che “la concezione secondo la quale più gente arriva, più soldi si incassano, è finita”. Qualità al posto della quantità, un capovolgimento del soggetto da qualificare. La felicità dei residenti, la difesa dell’ambiente in cui vivono, della sua biodiversità, la cura della terra che calpestano e coltivano, gli spazi dedicati ai bambini, fanno molto di più di qualsiasi comunicazione. Solo pianificando, prima per il cittadino residente e poi, insieme al cittadino residente, per l’estraneo, per il visitatore, si potrà attingere alle ricchezze derivanti dal turismo, quello resistente e non mordi e fuggi.

Altra prerogativa dei borghi, per una loro sana rinascita, deve prevedere agricoltura,  pastorizia e pesca di prossimità, sostenibili. La nuova tendenza è l’investimento nel borgo, apprezzato soprattutto dall’investitore straniero al quale piace la componente paesaggistica, vivere al fianco al paesano. A differenza dell’italiano che ha sì bisogno di rilassarsi ma vuole avere tutto sotto mano (servizi, comodità, un aspetto più pratico della vacanza), il visitatore straniero è più facile che ceda su questi aspetti. Non importa se il borgo è arroccato, povero di servizi moderni: a loro questo piace e infatti i maggiori investitori sono stranieri e magari ne fruisce anche il turista italiano, ma per brevi periodi. Il mercato dei borghi è ancora di nicchia.  Oltre all’architettura si apprezza la cultura e il cibo. La ricettività diffusa sta recuperando e rifunzionalizzando il patrimonio immobiliare dei centri storici per coniugare la valorizzazione dell’edilizia minore e il potenziamento dell’offerta ricettiva locale puntando alla differenziazione delle proposte come l’ospitalità “luxury” che sta affacciandosi anche alle nostre latitudini. Si vive in contesti imbibiti di storia ma tra i vapori delle spa e le suite ricavate spesso in locali che prima erano stalle. La decontestualizzazione cancella le memorie di un luogo ma lo preserva dal depauperamento: un compromesso che a volte è inevitabile da parte di quei luoghi che non vogliono diventare rovine.

 

 

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