Verso Santiago de Compostela

Nulla e nessuno capita per caso sulla nostra strada

di Francesco Mumoli

Descrivere un cammino è veramente una cosa ardua. Eppure è già la mia terza esperienza: una volta l’ho fatto seguendo il cosiddetto “cammino inglese”, o cammino del Nord, che parte da Ferrol e si snoda per circa centoventi chilometri lungo la costa tra le montagne ed il mar Cantabrico, immersi in una natura autentica e selvaggia; le altre due, invece, seguendo il percorso più popolare, detto “cammino francese”, che parte da Saint-Jean-Pied-de-Port sui Pirenei francesi per poi proseguire a Roncisvalle sul lato spagnolo e quindi attraversare per ottocento chilometri i territori di La Rioja e Castilla e León. Sono rotte percorse fin dal IX secolo, epoca a cui risale la scoperta della tomba di San Giacomo il Maggiore, da cui la città spagnola prende il nome.

Nonostante tali esperienze già consumate, confesso di non riuscire ancora ad individuare bene in che cosa consista la magia del cammino verso Santiago de Compostela. Ma una cosa è certa: crea dipendenza!

Cercherò di descrivere molto brevemente le emozioni e gli stimoli ricevuti nelle tre diverse esperienze. Una delle cose comuni e acclarate, che comunque è doveroso precisare, è che il cammino inizia molto prima della sua percorrenza fisica; il cammino vero inizia quando la tua mente ci sta già pensando. Questo secondo me accade per una imprecisata esigenza, “qualcosa non va”. Questo “non va” è solamente qualcosa, non è tutto! È l’esigenza che una mente pensante, dotata di valori e principi, deve affrontare per far quadrare i propri conti. Inizia così la utile perdita di tempo nello scegliere il cammino, nel prepararsi fisicamente, nel dosare le tappe alle proprie capacità, nell’acquistare la necessaria attrezzatura, nel cercare i mezzi e le modalità di raggiungimento del luogo di partenza. Problemi e dettagli di secondo piano che sicuramente vanno valutati con attenzione ma che a poco servono per il raggiungimento della pienezza del cammino.

Risolti quasi tutti i problemi organizzativi, subentrano dubbi di altra natura: riuscirò fisicamente a farcela? Saprò adattarmi? Come faranno senza di me? Come posso lasciare tutto e partire?

A me è venuto spontaneo girare la domanda: e se scoprissi che il mio fisico può farlo, che il mio spirito di adattamento è elevato, che gli altri riescono a vivere, e per certi aspetti anche meglio, senza di me? Forse è meglio non partire, non dare initium a tutto ciò che potrebbe peggiorare la mia situazione! Ed è così che comincio a riempire il mio zaino, cercando di prestare attenzione a non caricarlo più del dovuto ed eliminando il superfluo per non affaticare il fisico. Senza considerare l’altro zaino! quello del quale siamo già carichi sin dalla nascita. Non è forse vero che sin dal primo gemito portiamo un’infinità di pesi? Il colore della pelle, il cognome ed il nome, la provenienza, la situazione economica, eccetera eccetera. Non abbiamo il tempo di nascere che già qualcuno ha fatto per noi delle scelte che ci segneranno la vita.  L’educazione, gli studi, la sfera affettiva e sentimentale, la situazione economica, la religione, le idee politiche, il lavoro. Quanta roba: troppa! Tuttavia nello zaino personalissimo non trovi solo cose negative, e cercando cercando… trovi ciò che ti serve nei momenti in cui il tuo fisico vorrebbe cedere. Mi riferisco in particolare agli affetti più cari, i cosiddetti pezzi forti, con i loro proverbi, le loro fisime e raccomandazioni del tempo e così tutto scorre in semi-scioltezza. I dolori muscolari e ossei sono presenti, ma vuoi mettere i ricordi delle persone a te care con gli effetti benefici degli antidolorifici?   I motivi per ringraziare il Creatore durante il percorso sono veramente tanti. La natura è meravigliosa. I colori dei fiori per strada, le magnifiche ortensie e tanti e tanti altri fiori, piantagioni di granoturco, di girasoli, alberi che con la loro altezza ti indicano quanto grande è ancora la salita e poi i pellegrini…

Credo che nulla e nessuno capiti per caso sulla nostra strada.

Un progetto ben più grande ha stabilito quell’incontro, quello sguardo e quello scambio di parole che ti porterai dentro per tutta la vita. “Io cerco me stesso nel bosco e tu?”. “Io sono qui per verificare me stessa”. Poche parole, vedere quell’immagine di donna camminare con una gonna lunga del colore blu cobalto, i capelli rossicci raccolti e la sua capacità di innamorarsi del creato ha conquistato una delle mie mattinate. Qualche scambio di chiacchiere e poi la terribile domanda che mi pone a bruciapelo: “Chi è per te Dio?”. Rispondo: “Dio è tutto, è indefinibile. E per te?”. “Dio è naturalezza!”. Non posso che annuire ed in uno di quei posti bellissimi e suggestivi la invito a fermarsi, a fare silenzio, ad inspirare a pieni polmoni e le dico “Deus ibi est”. Ora Dio è anche in te.

Dopo qualche giorno il fisico risponde e ti consente di arrivare prima di tanti pellegrini visti nei giorni precedenti, ed arrivati alle tappe prima di te. Boom! Uno dei tanti insegnamenti del cammino. Non invidiare, usa gli altri come esempio per migliorare te stesso e riconoscigli il giusto valore senza sminuirti. Passeggio, ammiro gli uccelli e le farfalle che volteggiano amorosamente sul mio cammino,  guardo il cielo e ringrazio Dio per tutto ciò che mi ha donato. Soprattutto per la sofferenza che mi ha saputo dosare senza far in modo che mi allontanassi da Lui. Conosce le mie spalle e la mia forza e sa bene di cosa mi può caricare. Penso ai miei figli, gioia e delizia della mia vita. Figli di questo mondo verso i quali ho il dovere di lasciare il mondo migliore di come l’ho trovato. Entro in Santiago con qualche lacrimuccia. Plaza del Obradoiro, la più importante del centro storico di Santiago, è bellissima, situata proprio di fronte all’entrata principale della Cattedrale.  Mi seggo per terra di fronte al Santuario e mi riempio gli occhi, penso a casa ai miei cari, alla mia donna che mi intende e mi capisce e a volte, anche soffrendone, mi lascia fare senza soffocarmi; penso alla mia professoressa di italiano delle scuole superiori che mi ha chiesto un’esplicita preghiera e mi ha accompagnato ogni giorno mattina e sera con un pensiero affettuoso. Sono arrivato alla meta, ma quel che mi è piaciuto e che mi ha migliorato è stato il cammino. L’astrarmi dalla vita quotidiana mi ha fatto bene, il patire le sofferenze mi ha fatto bene, prendermi il mio tempo mi ha fatto bene. Mi sono ri-equlibrato, ho fatto pace con il mio microcosmo, prendo il mio tempo. E sì, il mio zaino personale adesso è molto più leggero, ho eliminato parte del peso che – ho deciso – non mi servirà per il mio prosieguo. Forse sono tornato più umano, voglio salutare tutti appena esco di casa, un buongiorno o una buonasera mi avvicina alla gente al pari di un grazie, prego o mi scusi. Non è più la sterile educazione imposta a mo’ di pappagallo, è un sentito vocabolo che sta ad indicare grazie di esistere mio pari.

Un ultimo avvertimento: non illudetevi di tornare a casa come teneri agnellini, il viaggio introspettivo ti fa guardare come un drone dall’alto cosa va e cosa deve essere eliminato o affrontato in modo completamente diverso! Non mi resta che augurarvi buen camino ricordando una bellissima esortazione valida per tutti i pellegrini: Ultreya – Suseya! Andare oltre, verso l’alto!

Santuario di San Giacomo Apostolo II maggiore in Compostela

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