Umberto Boccioni, “anima avventurosa e inquieta di lottatore”

di Alessandro Quercia

Tra i più grandi artisti dello scorso secolo campeggia Umberto Boccioni, nato nel 1882 a Reggio Calabria da genitori romagnoli, e riconosciuto come il maggior esponente della pittura e della scultura futuristica italiana. Per via dei continui trasferimenti lavorativi del padre, impiegato di Prefettura, trascorre la sua giovinezza in varie città del Paese, in un continuo “movimento” che appare quasi una prefigurazione di quel “dinamismo” che lo coinvolgerà completamente – da lì a poco – nel movimento del Futurismo.

L’apprendistato artistico lo svolge a Roma, dove frequenta la Scuola libera del nudo e prende lezioni di disegno: qui conosce Gino Severini e Mario Sironi e frequenta lo studio del pittore, scultore e scenografo Giacomo Balla, all’epoca già affermato, sulle cui lezioni modella la sua pittura dal vero e la tecnica divisionista. Si trasferisce a Venezia, compie viaggi a Parigi e in Russia, poi si stabilisce a Milano. Il suo è un girovagare foriero di sviluppi culturali che contribuiranno a rendere rivoluzionaria la sua inquietudine circa la ricerca artistica. Tanto i trasferimenti forzati della sua infanzia quanto quelli scelti e desiderati dell’età adulta gli consentono, infatti, di aprirsi a visioni, ispirazioni, mentalità e studi i più differenti, che lo spingono ad approfondire la ricerca di una pittura più intensa sul piano psicologico. Il famoso trittico “Stati d’animo” suggella questo suo interesse per l’interiorità dell’uomo moderno.

Ma se c’è un episodio che ha reso dirimente lo sviluppo culturale di Boccioni senza dubbio questo è quello avvenuto nel gennaio del 1910 a Milano, dove incontra Carlo Carrà e soprattutto Filippo Tommaso Marinetti, il quale, proprio l’anno precedente, aveva pubblicato su Le Figaro il Manifesto del Futurismo. La guerra al classicismo, la tensione frenetica verso tutto ciò che è progresso, la velocità, l’elettricità, gli aerei, i treni e le automobili con il loro movimento, i fumi delle fabbriche, il rumore dei motori, le città, l’uomo forte tutto proiettato verso il futuro e l’innovazione, rappresentano i nuovi miti che dovranno sostituire quelli del passato e con ciò risvegliare la cultura italiana “dall’immobilità, dall’estasi e dal sonno”. Umberto Boccioni aderisce immediatamente al movimento di Marinetti per diventarne protagonista rispetto alle arti figurative. Sicché nel breve arco temporale di appena due anni redige il primo Manifesto della pittura futurista – firmato nel 1910 assieme a Balla, Russolo, Carrà e Severini – e nel 1912 il Manifesto tecnico della scultura futurista. Diventa il punto di riferimento di tutto il filone artistico del movimento, tant’è che alla sua intensa attività di pittore e di scultore – alla quale si dedica ottenendo risultati straordinari e riconosciuti – associa l’attività teorica, fornendo notevoli contributi al Futurismo, sotto forma di testi e iniziative: “Pittura Scultura futuriste” e “Dinamismo plastico” sono due suoi libri pubblicati nel 1914.

Dinamismo di un ciclista 1913 Collezione Mattioli Milano

L’entrata in guerra dell’Italia lo spinge ad arruolarsi nel Corpo nazionale volontari ciclisti automobilisti. Il destino, però, a volte è beffardo e sembra che voglia sfidare gli uomini che coltivano ambizioni prometeiche, quasi come per riportarli su un piano di maggiore umiltà. Boccioni non è certo uno spericolato, nonostante la sua adesione ai miti futuristi. E non muore in guerra. La morte lo coglie inaspettatamente, a soli trentaquattro anni, nel 1916: la cavalla su cui montava durante un’esercitazione militare, in corso nelle campagne veronesi, si imbizzarrisce al passaggio di un treno, disarcionandolo e trascinandolo per diversi metri. Un incidente banale chiude dunque la breve vita di questo artista rivoluzionario maturato in un crogiuolo europeo. “Un’anima avventurosa e inquieta di lottatore”, secondo le parole di Filippo Tommaso Marinetti.

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