Progetto Colors, quando la cooperazione fa rima con integrazione

Storie di sport, e non solo, fra Italia e Mozambico

di Simone Santi

 

Contribuire ad un paese più tollerante, restituire ai bambini la fortuna che io ho avuto nella vita, spingere l’acceleratore su valori positivi, finché è possibile: sono questi i valori alla base del “Progetto Colors”, reso possibile dal sostegno e dall’entusiasmo di amici, appassionati e professionisti che come me e con me continuano a credere che i sogni – di integrazione, di conoscenza, di crescita – esistano per essere realizzati. C’è un episodio, in modo particolare, che mi piace ricordare e che ho già raccontato nel libro “Abdul Jeelani. Ritorno a Colori” (Edizioni il Molo), scritto anche per testimoniare le innumerevoli storie che ormai ci legano al “Progetto Colors”: un giorno ero a Metundo, paradiso mozambicano nell’arcipelago delle Quirimbas; guardavo Zaccaria, che aveva appena terminato di pulire l’ultimo cocco. Viveva da sempre sull’isola, e non conosceva la sua data di nascita. “Zaccaria, ricordi l’ultimo sogno che hai fatto?”; non so nemmeno io perché glielo chiesi, e subito dopo quasi provai vergogna. Ma lui sorrise, paziente: “Non lo so, un sogno io lo dimentico… appena capisco che non vale la pena stargli dietro, perché… è solo un sogno”. Vorrei dirgli, un giorno, che non è più così.

Il “Progetto Colors” ha come obiettivo primario quello di allontanare gli adolescenti dal disagio sociale, accelerare il processo di integrazione culturale degli immigrati tra loro e con gli italiani. Il tutto sotto la gestione di istruttori e psicologi valenti, che condividono i valori legati allo sport della pallacanestro. La peculiarità di tale sport in materia di regole e principi fondamentali ha dimostrato infatti di poter incidere sulle potenzialità dei ragazzi per favorire l’affiatamento, il senso del gruppo e del rispetto.

D’altronde, io provengo da una famiglia dove il basket è sempre stato di casa: quattro generazioni con ventidue tesserati! Ancora oggi mi diverto a giocare con una squadra amatoriale. Quando si è trattato di recuperare la Lazio Basket, dopo un periodo di dissesto, mi è sembrato naturale privilegiare la dimensione del sociale, ripartire dai più giovani e dalle periferie. Lo sport come elemento di recupero ed integrazione sociale dei bambini delle periferie disagiate è ora un modello che la Lazio Basket applica in numerose realtà in Italia, dove il “Progetto Colors” ha contribuito alla creazione e valorizzazione di centri di avviamento gratuito alla pratica della pallacanestro, in diverse aree ad alto rischio di emarginazione di Roma e provincia, coinvolgendo centinaia bambini di ventisette nazionalità differenti.

Visto l’impegno della mia società di supporto all’internazionalizzazione in Mozambico (Paese dove ho vissuto  subito dopo l’università, e di cui mi sono innamorato, ricambiato), l’estensione a Maputo del Progetto è stata quindi un passo naturale, tanto più che quel territorio vanta una tradizione piuttosto consolidata nel basket, soprattutto a livello femminile. Oggi – grazie a “Progetto Colors” – ben sei squadre di bambine e bambini di un orfanotrofio di Zimpeto, periferia di Maputo, giocano con la maglia della Lazio Basket, e soprattutto imparano ad affrontare la vita a testa alta.

Che ora vincano o perdano le partite tutto sommato è un traguardo relativo, per quanto la gioia di vedere ragazze e ragazzi affrontare la partita a testa alta, e vincere, è  difficile da raccontare. Ma il basket è soprattutto un mezzo per uscire dalla realtà in cui ora si trovano, conoscere nuovi posti, incontrare persone che magari potranno dare loro una mano nella vita.

Qualche anno fa, per “premiare” il successo della squadra under 15, si è deciso di organizzare una trasferta in Italia di tutta la squadra femminile. Ci sono volute settimane di lavoro, visite ai Ministeri, incontri con i referenti delle famiglie allargate per riuscire ad ottenere i nomi completi, le date di nascita ed infine fare richiesta dei documenti per le ragazzine. Finalmente il team composto da dodici giovani giocatrici e due allenatori è arrivato a Roma, dove per una settimana le piccole atlete sono state ospiti delle famiglie delle giocatrici delle squadre locali con cui dovevano competere,  in linea con l’obiettivo principale del progetto, ovvero la conoscenza reciproca e l’integrazione. In quella occasione siamo riusciti a riportare con noi a Roma anche l’ex cestista Abdul Jeelani – le cui fenomenali stagioni nella Lazio Basket e nella Libertas Livorno sono tuttora indimenticate – il quale purtroppo si era perso nelle difficoltà della vita ma che grazie a “Progetto Colors” ha potuto vivere i suoi ultimi anni come maestro delle nuove generazioni, fino a lasciarci poco tempo fa, nel 2016, circondato dall’affetto mai spento dei suoi vecchi fan e della sua ritrovata famiglia.

Attualmente stiamo lavorando per estendere l’iniziativa in altre realtà del Mozambico e rimane sempre aperta la sfida di sollecitare la sensibilità e la visione di possibili partner e sostenitori per realizzare un palazzetto nell’area in cui si trova l’orfanotrofio delle nostre piccole giocatrici. Si tratterebbe del primo campo coperto in una zona periferica della capitale Maputo, ciò assumendo quindi uno straordinario valore di integrazione anche per le comunità circostanti.

Ma com’è avvenuto il contatto con l’Africa e con il Mozambico in particolare?

Nel 1995 mi sono laureato in economia, sostenuto dalla stima e dall’insegnamento di un professore vero, umano, che insegnava Economia dei Paesi in via di Sviluppo. Tutto secondo manuale. Ma già dopo 15 giorni sono partito per la prima esperienza di lavoro, nel Mozambico appena uscito dalla guerra. In quel  Paese, la seconda economia più povera al mondo, ho lavorato per una società di costruzioni per due anni.  Del resto l’Africa mi ha sempre affascinato. Mi legava fin da bambino al Continente Nero il ricordo forte delle visite di mio zio, padre comboniano, nonostante una ferita profonda, la sua uccisione “casuale” durante una dei tanti scontri in Uganda.

Con un piccolo aereo di produzione cecoslovacca, comprato a Kiev e portato da un pilota ucraino, ho visitato in quel periodo anche le località più remote del Mozambico, alla scoperta di risorse e opportunità da promuovere. In Africa ho continuato a coltivare le mie passioni, come quella per la “palla a spicchi” che è diventato un potente strumento di socializzazione e di integrazione con la popolazione locale, e della fotografia. Mi allenavo e giocavo a Maputo, con una squadra locale di basket, della prima serie, e durante le mie missioni per il Paese ne approfittavo per raccogliere immagini di volti, sorrisi, colori. Sui campetti in Mozambico la situazione era davvero insolita, ero l’unico ragazzo bianco in campo. Ma il basket è un gioco fantastico, ti costringe a cooperare con gli altri, a giocare di squadra. Se non giochi con gli altri e per gli altri sei subito fuori. Non importa se sei un avvocato o un operaio, ricco o povero, europeo o africano, quando sei su un campo di basket conta solo questo, il tuo impegno, la tua bravura e il giocare di squadra.

Dopo due anni un cambio del vertice dell’azienda mi ha fatto rientrare in Italia, ma già nel 2001 ho fondato la “Leonardo Business Consulting”, una società di servizi per supportare le imprese italiane a fare business all’estero e che presto diventerà un gruppo di imprese. Con l’Africa non ho più reciso il cordone di un legame viscerale che è indubbiamente professionale, ma soprattutto e decisamente culturale e umano.

Chi è Simone Santi

Simone Santi, amministratore e fondatore di Leonardo Group, società che promuove da circa 20 anni investimenti italiani in Africa con varie sedi in loco e un forte radicamento in Africa Australe, tante nomine prestigiose proprio dai paesi africani, prima Console Onorario del Mozambico a Milano e fondatore del Mame YE Network (Young Enterpreneurs Associations Network for Mediterranean, Africa and Middle East), ora Presidente del Conselho Empresarial Moçambique Italia e Vice Presidente della CTA (Confederazione delle Associazioni Economiche del Mozambico). La sua visione è chiaramente quella che passa per uno stretto legame tra settore privato e cooperazione, tra investimenti e capacità di restituire, a partire da un’iniziativa che ha avuto origine nelle periferie di Roma e che inevitabilmente ha raggiunto presto l’Africa e il Mozambico.

Numerosi amici stanno sostenendo il “Progetto Colors” ma nuove iniziative richiedono nuovi sostenitori. Il modo più immediato e senza alcun costo per sostenerlo consiste nel devolvere il 5 per mille, mettendo la propria firma ed il codice fiscale 97467450587 nello spazio riservato alle associazioni dilettantistiche sportive, indicando Associazione Dilettantistica S.S.Lazio Basket. Un gesto semplice, ma spesso dimenticato da molti contribuenti. Amici, sostenitori e simpatizzanti possono anche seguire la pagina https://www.facebook.com/progettocolors/ o  la piattaforma di crowdfunding https://www.retedeldono.it/it/onp/progetto-colors che già ha contribuito a trovare moltissimi nuovi compagni di squadra.

 

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