“Là dove finisce l’olivo finisce anche il Mediterraneo”

di Rossella Reggiani

Narra il mito che la dea della saggezza, Atena, e il dio del mare, Poseidone, si contendessero il possesso dell’Attica. Gli dei stabilirono che il vincitore sarebbe stato chi avesse offerto il dono più utile. Poseidone offrì un quadrupede mentre Atena un olivo. Da allora la città di Atene prese il suo nome e l’olivo divenne non solo l’albero più rappresentativo della Grecia ma il simbolo stesso del Mediterraneo. E ancora oggi è così. Tant’è che botanici e geografi, per lungo tempo, nel definire la Mediterraneis si sono basati sulla distribuzione dell’olivo, indigeno in quasi tutta la regione. Lo troviamo infatti su tutte le coste mediterranee, eccezion fatta per quelle egiziane e libiche, estendendosi  a oriente fino al Mar Nero e a occidente sulle coste portoghesi. In Italia è presente ovunque assumendo forme variabili: grandi e possenti al Sud, fusti sottili e chiome leggere al Nord. Un albero, dunque, che – a partire dal mito sopra menzionato – è carico di simbologia in quanto, oltre alle proprietà naturali, include significati culturali, rimandi a valori forti, evocazione di leggende, di storia pagana e cristiana, aloni di magia, di sacralità e di divinità. L’olivo rappresenta perciò l’essenza stessa della civiltà contadina del Mediterraneo, ne incarna il fondamento, ne permea la cultura civile e religiosa unendo i popoli mediante una simbologia che spazia dalla pace alla stabilità, dalla ricchezza alla longevità. In sintesi: una pianta sacra. Al punto che persino gli Spartani, nel saccheggio indiscriminato e brutale di Atene, risparmiarono soltanto gli ulivi temendo la vendetta degli dei!

<<Chi conosce e ama l’ulivo e l’olio respira pienamente grazie a questi due doppi polmoni. Il suo canto è una polifonia che abbraccia i millenni della storia e fa dialogare singoli popoli all’insegna dell’amore e della pace. L’olio è poesia dell’eterno>>: sono parole del professor Giorgio Barbarìa, sulle quali nient’altro occorre aggiungere. L’olivo è davvero la sostanza mediterranea e dei suoi paesaggi, nonché testimone millenario del territorio. Ogni angolo baciato dal mare nostrum  ritiene o aspira ad avere il primato dell’olivo più antico del mondo: succede per esempio a Vouves, a poca distanza da Kolymbari nell’isola greca di Creta, dove oltre ventimila persone ogni anno visitano il maestoso albero ritenuto il più antico fra quelli millenari; questo insiste in una zona che produce olive di ottima qualità ed un olio eccellente. Non a caso è stato dichiarato “monumento del patrimonio naturale” da quella regione ellenica. Ma anche in Italia la longevità di questa pianta sacra offre molti spunti di competizione: nel Cilento, e precisamente a Pisciotta, in provincia di Salerno,  il CNR di Perugia ha datato a circa 4.500 anni fa un ulivo qui presente con tutta la sua imponenza. Le campagne di Borgagne, nel comune di Melendugno della Puglia salentina, rispondono con un esemplare datato 4.000 anni; mentre Palombara Sabina, nel Lazio, mostra orgogliosa il suo pezzo unico la cui età è stimata in non meno di 3.000 anni: un esempio pregiato e romantico, giacché alla sua ombra giungono le giovani coppie di sposi per soddisfare la consuetudine di farsi scattare una foto ricordo in ambito nuziale col “patriarca”, allo scopo di propiziarsi pace, bene e serenità. Una consuetudine, questa, che rimanda immediatamente alla tradizione vigente nell’antica Grecia, dove era invalsa la pratica di piantare un ulivo ogni volta che si celebrava un matrimonio. Secondo il censimento degli alberi monumentali realizzato dal Corpo forestale dello Stato, c’è poi l’oleastro di San Baltolu di Luras, in provincia di Olbia-Tempio, quindici metri di altezza e undici di circonferenza, vecchio di 3.000 anni o, secondo altri studiosi, addirittura di 4.000; in Gallura è soprannominato “S’ozzastru” ed è una vera autorità.

Ferdinando Iannuzzi e Salvatore Patrizio del CNR  di Napoli , assieme a Marcello Naimoli, dottore di ricerca in Storia del Paesaggio, vedono in tutto questo un forte condizionamento sullo sviluppo socio-economico del Mediterraneo, leggendo inoltre anche in chiave artistica un paesaggio percepito ed esaltato nel tempo da poeti, pittori e artisti provenienti da ogni ceto sociale, culturale e nazionale. Al di là dei numeri, delle datazioni e delle leggende, resta fermo il dato fondamentale che lega l’olivo a questo territorio. Tutto perfettamente sintetizzato dalle parole dello storico francese Fernand Braudel quando affermò che <<là dove finisce l’olivo finisce anche il Mediterraneo>>.

 

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