Gianni Infantino, il calabrese che guida il calcio mondiale

Di Marco Viatoris

È nato a Briga, piccola città svizzera del Canton Vallese, ma scorre sangue calabrese nelle vene di Gianni Infantino, presidente della FIFA, l’organizzazione che governa il calcio mondiale. Moglie libanese e quattro figlie, a casa sua conoscono e parlano sei lingue, forse sette: italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, arabo… e il dialetto reggino. Sì, perché è dalla città dello Stretto che – negli anni Sessanta – il suo papà si trasferisce in Svizzera, appena oltre il confine di Domodossola.

Padre reggino e mamma della Valcamonica, Infantino incarna dunque una delle tante storie di emigrazione. Il suo papà si occupava dei vagoni letto, lavorando in ferrovia, mentre la mamma gestiva un chiosco per la vendita di giornali e l’immancabile cioccolata svizzera. Lui stesso, da bambino, li aiutava; anche perché ciò rappresentava un buon pretesto per vederli e stare assieme a loro durante la lunga giornata lavorativa. Ma il piccolo Gianni è già attratto dal pallone: non che avesse talento come giocatore, ma le sue attitudini lo portavano maggiormente a dare il meglio di sé nell’organizzazione di tornei e di partite. Fonda addirittura una squadra, la Folgore, in cui giocavano gli italiani del Canton Vallese. Una passione, quella del calcio, mai sopita e anzi via via valorizzata anche attraverso gli studi universitari: si laurea in Giurisprudenza, diventa avvocato e si specializza nel diritto sportivo. Tant’è che il suo primo incarico davvero importante lo ottiene proprio in questo ambito quando viene chiamato a svolgere l’attività di segretario del Centro Internazionale Studi Sportivi all’Università di Neuchâtel. Ciò che, per esperienza e competenza, gli aprirà le porte della UEFA (l’Unione delle federazioni calcistiche d’Europa) dove dal 2000 dirige la divisione Affari Legali e Licenze per club.

Gianni Infantino è un cavallo di razza. Sa quel che vuole. Il 26 febbraio del 2017, all’età di quarantasei anni, viene chiamato ad essere il successore di Blatter alla guida del calcio mondiale: la FIFA. In quella votazione ottiene centoquindici voti dai delegati che rappresentano le duecentosette federazioni calcistiche del pianeta, superando la forte candidatura dello sceicco Al-Khalifa, inizialmente dato per favorito. Da quel giorno il giovane avvocato italo-svizzero assume la responsabilità di governare lo sport più diffuso, più popolare, più discusso e più amato al mondo; con la consapevolezza  che il calcio – per via della sua diffusione e influenza – rimanda ad ambiti ulteriori rispetto a quello squisitamente sportivo. Ambiti che includono anche criticità e anomalie  per le quali Infantino, da subito, dichiara di voler intervenire per “rinnovare la FIFA e costruire una nuova era”.

Dispiace solo che, mentre scriviamo, il “nostro” presidente FIFA non abbia potuto gioire – come nessun  italiano, d’altronde – della presenza degli Azzurri in quella grande kermesse che sono i mondiali, quest’anno svoltisi in Russia. A tal proposito, egli ha più volte tuonato contro le debolezze dell’organizzazione calcistica del Bel Paese, dove “siamo rimasti a guardare mentre gli altri si attrezzavano”.

Il numero uno del pallone ha molto da lavorare, e non è certamente deficitario nelle proposte e nelle iniziative da portare avanti. Cosa che certamente saprà fare con abilità ed efficacia grazie alla sua esperienza, che assomma, in un certo qual modo, il suo essere un po’ diplomatico, un po’ economista, un po’ politico. La lotta alla violenza negli stadi, il fair play finanziario, la piaga del calcio scommesse, la riforma di alcuni campionati come quelli della Champions e dell’Europa League, sono alcuni degli ambiti in cui ha messo mano, con la finalità di ridare al governo della FIFA un’immagine nitida. Non è un caso che uno dei suoi slogan più ribaditi è “restituire il calcio alla FIFA e la FIFA al calcio”. In conclusione, se possiamo modestamente offrire uno spunto di riflessione ed un suggerimento, ci piacerebbe di più che si restituisse al calcio la sua dimensione più genuina, riportandolo dentro gli stadi e al contatto umano con la gente, piuttosto che lasciarlo intrappolato dentro un tubo catodico e nelle maglie dei diritti tv.

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