Francesca Prestia Le ballate per la giustizia e la legalità

di Rosita Mercatante

La cantastorie Francesca Prestia (diplomata in flauto traverso e  in musicoterapia e laureata in Dams musica – Facoltà di lettere e filosofia) con le sue ballate racconta le vicende dei vinti, traendo spunti dalle plurimillenarie culture stratificate nel Mediterraneo. Narra, suona e canta per protestare, denunciare e resistere. “La canzone sociale – spiega il pedagogista Nicola Siciliani de Cumis – per Francesca Prestia non è solo arte d’intrattenimento, ma mezzo per conoscere e aggregare. Le ballate come terreno privilegiato per dare voce agli emarginati e sopratutto alle donne ignorate o considerate soggetti passivi dalla storia”.

Quando si è accorta che la Calabria aveva bisogno di una voce, forte e determinata, che raccontasse le vicende e le storie dei vinti e degli umili?

Il mio impegno viene da lontano. Ho sempre creduto che l’arte abbia la responsabilità di occuparsi dei sogni e delle speranze di chi non ha voce: gli ultimi, i vinti come dice lei. Ho sempre avvertito l’esigenza di liberare, da una perifericità ingiusta, la cultura popolare meridionale.  Dai fasti magno-greci alla lingua arbëreshë e a quella grecanica, dai moti risorgimentali alle rivolte contadine: il compito che mi sono dato è cantare la storia della Calabria, quella più gloriosa che parla dei momenti in cui i calabresi si sono distinti per coraggio, lealtà e per il rispetto delle regole. E poi anche la storia negata, a  partire dal brigantaggio come lo descrive il nuovo libro dello storico Enzo Ciconte. Dar voce alla Calabria significa smascherare i pregiudizi e il progetto  economico e culturale di mantenere Sud il Sud per concentrare potere, investimenti e risorse finanziarie nelle mani del Nord. Sono tutte strategie note che richiederebbero una controinformazione capillare. Io, come cantastorie, resisto. Cantu e cuntu! Tante cose della mia regione non mi piacciono e tante cose le vorrei cambiare, perciò  come musicista cerco di dare, insieme ad altri,  il mio contributo.

Personaggi privilegiati dei suoi componimenti sono le donne. Donne coraggiose, donne che lottano contro ogni prepotenza, donne che vogliono scrivere il proprio destino. Presentare una figura femminile lontana dagli stereotipi è un modo per affermarne il valore?

Il valore delle donne calabresi è incommensurabile. Le donne che io canto sono la parte migliore del Mezzogiorno, donne che non tacciono, anzi denunciano mafia e malaffare. Ma non solo donne di Calabria. “Mare Nostrum” nasce dall’incontro con una donna eritrea, oggi cittadina italiana. È un album sulle donne che lottano per la libertà contro la fatica e l’incertezza dell’estrema traversata, contro atavici soprusi, contro la sopraffazione del profitto a scapito dell’ambiente, contro la morsa crudele della ‘ndrangheta. Con “La ballata di Lea” – visualizzata online in tutto il mondo addirittura dalla Cina e dall’Australia da migliaia di persone – e con “Lu bene re la mamma sì tu, figghja” – dedicata alle collaboratrici di giustizia Lea Garofalo e Giuseppina Pesce – sostengo che attraverso il canto si può riscattare un popolo dal flagello e dall’etichetta asfissiante della criminalità organizzata; perché quello che resta non è la protervia dei poteri criminali ma il coraggio, esiziale nel caso della Garofalo, di due donne che per il bene e per la giustizia hanno sacrificato ogni cosa. Forse a qualcuno queste ballate danno fastidio, non sono politically correct per certi gusti e per certe manifestazioni a sfondo soltanto edonistico che, pur costando un occhio della testa, non lasciano niente sul territorio.

La Calabria, purtroppo, è anche sinonimo di mafia. In che termini affronta l’argomento nelle sue ballate?

Scrivere una ballata per Lea è stato per me il momento più forte. Studiando il repertorio della tradizione popolare calabrese mi sono imbattuta in ballate che riguardano il passato e persone che non ci sono più. Quando racconti episodi antichi non fai male a nessuno. Scrivere invece una ballata che parla di un personaggio appena ucciso, con una figlia ancora viva e con un processo ancora in atto (perché quando l’ho scritta Denise stava accusando il padre per omicidio), significa cambiare il senso dell’essere cantastorie. Sono diventata una cantastorie che canta le storie di oggi, correndo anche dei rischi. Ho fatto questa scelta inconsciamente. Ci sono dei momenti in cui non stai troppo lì a pensare: se vuoi fare una cosa la fai. Cantare per Lea significa renderla immortale. Dedicare la ballata per Giuditta Levato, la contadina uccisa a Calabricata nel ‘46 perché reclamava il diritto alla terra, alla signora Rosaria Scarpulla, madre di Matteo Vinci, assassinato a Limbadi il 9 aprile scorso, è stata una cosa naturale. Le persone umili e oneste, ancora oggi,  debbono sempre lottare per i loro diritti, la verità e la giustizia.  

Il cantastorie è anche un bravo cronista. Come riesce a recuperare e da dove attinge le informazioni storiche per ricostruire le storie da narrare?

Anzitutto dai quotidiani, poi dai testi di letteratura delle migliori penne calabresi; sono un’attenta lettrice. Spero davvero che i quotidiani e la carta stampata non muoiano mai. Nel mondo della rete ci sono un’infinità di notizie, ma manca lo sfondo culturale necessario per inserire un fatto nel contesto storico e sociale giusto. C’è poi tutta la questione delle fonti che desta non poche preoccupazioni.

Qual è il suo lavoro che fino ad ora le ha regalato maggiori soddisfazioni ed emozioni?

Mi affeziono sempre all’ultima canzone composta. È  stato però  commovente assistere di recente al teatro Bibiena gremito agli applausi per il brano “…tantu nui simu ‘e cchiù!” La Lombardia antimafiosa che con Libera s’è data appuntamento a Mantova ha compreso il messaggio: se uniamo il meglio della Calabria al meglio del Paese vince la legalità e vince l’Italia degli onesti. Sono affezionata a “Mare Nostrum”, che ho cantato di recente a Roma  nell’anfiteatro di Spine Time durante l’iniziativa nazionale su scuola e università promossa da L’Officina dei saperi. In quell’occasione è venuto fuori, a dispetto dell’odio che si intende fomentare per le diversità, l’importanza del Mediterraneo in chiave non solo di problemi irrisolti, ma di grandi opportunità che un Paese come il nostro deve saper cogliere.

In una Calabria dove ci sono ancora tante vittime di violenza di ogni genere e di soprusi e sopraffazioni, c’è ancora speranza?

Certo che sì. La società calabrese deve reagire, solo così, insieme al lavoro di molti bravi magistrati e all’impegno della  buona politica, ce la  può fare. Inoltre, non è vero che il futuro sia lontano da qui. Molti mi chiedono come mai non sia andata via. Sono tanti, infatti, i cantastorie calabresi che vivono a Milano, a Firenze, a Reggio Emilia, e se fossi andata via probabilmente avrei lavorato molto di più. Ma sono troppo legata alla mia terra. Tutti quelli che sono tornati dicono che qui in Calabria si vive meglio. Ed è vero: affacciarsi alla finestra e guardare le colline, sapere che in pochi minuti si è in riva al mare o in montagna, non ha prezzo. Mi incavolo quando sento il luogo comune della terra promessa lontano da casa e sono contro la convinzione diffusa che si debba necessariamente scappare per garantirsi un futuro dignitoso. Il mio sogno lo sto già realizzando qui; la gran parte della vita è lavoro e sacrificio e io voglio farlo qui perché voglio che ricada qui il bene che faccio.

Ha un sogno nel cassetto?

Realizzare la prima edizione di un Festival nazionale dei cantastorie in Calabria. Ci stiamo pensando con alcuni amici, abbiamo già una bozza di titolo, attingendo a quel grande poeta sambiasino che è Franco Costabile, in particolare quando scrive: “Io e te Mezzogiorno dobbiamo parlarci una volta, ragionare davvero con calma da soli senza raccontarci fantasie sulle nostre contrade. Noi dobbiamo deciderci con questo cuore troppo cantastorie”.  

 

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