Leonzio Pilato, il monaco calabrese che tradusse Omero

Leonzio Pilato: chi era costui?

Nella lista dei calabresi illustri non viene subito in mente. Infatti, nostro malgrado, fra i più importanti personaggi che hanno avuto natali calabresi, Leonzio Pilato non è conosciuto dai più, è poco menzionato, raramente ricordato e, a meno di ritrovarlo all’interno di qualche convegno letterario o sulla bocca di pochi cultori, è una figura ingiustamente e colpevolmente ignorata. È solo dalla fine degli anni ’60 – grazie agli studi del prof. Agostino Pertusi, filologo ed esperto bizantinista che ne scopre le traduzioni autografe presso la Biblioteca nazionale Marciana di Venezia – che  Leonzio Pilato riprende il suo giusto posto nella letteratura italiana.

Eppure questo monaco calabrese, nato a Seminara attorno al 1310, è stato il primo traduttore di Omero. Un fatto, questo, per il quale il concedersi un pizzico di orgoglio territoriale può essere ritenuto un vezzo giustificabile.  Sì, possiamo e dobbiamo dirlo: le opere di Omero, ma non solo quelle, sono state tradotte dal greco al latino grazie ad un calabrese. Sicché autori del calibro di Boccaccio e di Petrarca, fra gli altri, vi si sono dovuti rivolgere per ottenere versioni tradotte dell’Iliade e dell’Odissea.

Ma Leonzio Pilato traduce anche Euripide ed Aristotele, ciò che ne fa e lo rappresenta come un grecista di elevato spessore culturale. Ed effettivamente egli stesso amava definirsi “Tessalo come il grande Achille” in quanto avvertiva forte il sentimento di attrazione e di appartenenza al mondo greco e alla terra che egli riteneva essere la sua patria spirituale e letteraria.

L’importanza e il contributo di questo erudito monaco per la cultura italiana ed europea è dovuta anche al fatto che opera in un periodo storico nel quale la preziosa dimensione greca presente in Calabria stava per essere sciaguratamente annientata, relegata all’oblio, cancellata dalla furia degli Angioini. Leonzio Pilato, attraverso la sua penna, contrasta tale catastrofe e mantiene in vita il portato spirituale, filosofico, culturale, estetico della Grecia. Ciò contribuendo a fornire all’Occidente gli strumenti per poter ancora attingere a quelle fonti e porre così solide basi per l’Umanesimo.

Allievo del vescovo e teologo Barlaam da Seminara – che gli trasmette la passione per la cultura greca e per i viaggi (girovaga dalla Calabria a Creta, da Firenze a Venezia, da Napoli a Siena, da Avignone a Costantinopoli) – Leonzio Pilato deve essere ricordato anche per aver ottenuto la prima cattedra di “litteras grecas” in Italia, grazie a Boccaccio che nel 1360 lo ospita a Firenze e provvede alla sua sistemazione presso lo Studium della città.

C’è da sottolineare, però, che – nonostante lo consideri un “archivum inexhaustum” di informazioni sulla cultura e sulla mitologia greche – Petrarca  ha da ridire sulle versioni leontee delle opere omeriche, esprimendone un giudizio severo: ciò è dovuto al fatto che le aspettative dello scrittore aretino fossero informate ad esigenze squisitamente poetiche, mentre Leonzio Pilato si preoccupa essenzialmente di trasferire verbum de verbo – fedele al testo originale – l’opera tradotta. Il monaco calabrese, cioè, mantiene fede al metodo in uso nel Medioevo nel trasferire un testo da un sistema linguistico all’altro, al di fuori di ogni ambizione estetica che invece è presente nei poeti.

Ma, a ben vedere le cose, occorre ribadire una volta di più l’importanza fondamentale di Leonzio Pilato nel lavoro culturale da lui svolto, in coerenza con la tradizione ed il metodo più antichi.

Probabilmente il giudizio di Petrarca è anche influenzato dagli aspetti caratteriali e fisici dell’illustre ellenista calabro, che si presenta disordinato, inelegante, ostinato, umbratile, scostante. Come il suo perenne essere errabondo, per attraversare il mondo, viverlo, comprenderlo. Ed è  proprio durante uno dei suoi tanti viaggi, probabilmente nel 1365, che Leonzio Pilato muore, naufrago durante la traversata che da Costantinopoli lo portava verso Venezia.

 

 

Lagonia Fabio

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