L’affascinante caso di San Demetrio Corone.

C’è un’enorme eredità che i Romani ci hanno lasciato e che permane, forse senza averne consapevolezza, tra le nostre usanze. In alcuni casi ci sono tracce ravvisabili anche in semplici gesti della nostra vita quotidiana, nei nostri riti religiosi, così come nelle nostre tradizioni popolari. E tutto ciò perché possiamo considerare la civiltà romana come un insieme di sintesi e di distillazioni di conoscenze e credi che a Roma divennero qualcosa di nuovo. Si tratta perlopiù di culti e conoscenze lontani nel tempo e nello spazio. Nel tempo perché si trattava di antichi culti e conoscenze; nello spazio perché appartenevano a popoli e civiltà con cui i Romani entrarono in contatto come, in particolare, quella ellenica, quella egizia e quella persiano-iraniana. Il vero motore trainante della civiltà romana, che permise la conquista e il regno nell’intera area mediterranea, fu la ritualità, la sacralità. Detto altrimenti i Romani avevano la mania di ritualizzare e sacralizzare ogni evento della vita individuale e comunitaria, e questo lo facevano anche con una certa eleganza, con una certa bellezza, addirittura a partire dall’atto di fondazione che fu un atto rituale e sacrale. La religiosità romana si basava sul concetto della Pax Deorum, cioè una situazione di concordia tra la comunità e le divinità in cui le funzioni erano affidate al collegio dei Pontefici. In altri termini la comunità doveva vivere secondo un ordine accettato e reso
accettabile agli dei e la pace garantiva la fortuna della città e del popolo. Ne conseguiva che le disgrazie erano una diretta conseguenza dall’inosservanza dei riti, e questo perché si trattava di una religiosità comunitaria che trovava la sua centralità nel rito e nella ritualità. Così, se è vero che la maggior parte degli istituti giuridici noi li abbiamo ereditati dai Romani, naturalmente riadattati alle nostre esigenze, è pur vero che, per esempio, si parla di celebrazione del rito del processo e dei tre riti del processo. E ancora, se è vero che i Romani furono grandi combattenti e le strategie e tattiche belliche gli consentirono di conquistare tutte le terre bagnate dal Mediterraneo, e anche vero che tutte le guerre e le battaglie erano anticipate da riti con i quali si interrogavano gli dei sull’esito dell’avventura bellica. Difatti, in caso di sconfitta i Romani non ricercavano il motivo della disfatta o della sfortuna nella guerra in sé, ma nell’inosservanza dei riti o in eventuali errori durante la loro celebrazione. Assodata e dunque compresa la centralità del rito nella tradizione romana, è affascinante approfondire un complesso rituale romano che in qualche modo è ancora oggi vivo nelle nostre tradizioni popolari, seppur con connotati differenti e spesso a margine di alcune importanti festività religiose del culto Cattolico e Ortodosso. Così come i Romani operarono un processo di sintesi di credenze a loro lontane nel tempo e nello spazio, anche le nostre tradizioni soggiacciono allo stesso percorso. Di seguito, si approfondisce un rito: il Dies Parentalis, ovvero le feste dei morti presso l’antica Roma. Le Parentalia, secondo la mitologia romana, erano le feste dei morti che, pur se inserite nel calendario religioso, si svolgevano prettamente in ambito familiare e all’interno della domus, cioè della casa. Ora, la religione romana investiva tre ambiti fondamentali: lo Stato (cioè la città), la famiglia (le case erano dei luoghi un cui si svolgevano culti e il pater familias era il sacerdote) e il collegio (la composizioni che avevano i loro culti con una o più divinità). I Romani erano molto legati al culto dei Lari, divinità connesse con il culto domestico e numi tutelari del focolare domestico. Le immagini dei lari erano conservate nei larari, edicole in muratura o mobili in legno adornate di ghirlande di fiori, poste nell’atrio della casa. Queste feste venivano celebrate per onorare i parenti defunti e si svolgevano nell’arco di una settimana, quella che va dal 13 al 21 febbraio; in quest’ultimo giorno, chiamato Feralia, si credeva che le anime dei
defunti potessero girare liberamente tra i vivi. I parenti visitavano le tombe dei loro cari portando offerte di vario tipo e si usava consumare pane e vino accanto alle sepolture offrendola ai defunti. La cosa affascinante, significativa e assai intrigante che qui si vuole indagare è il fatto sorprendente che in un paese della provincia di Cosenza di cultura Arbëreshë, San Demetrio Corone, tale rito e tali credenze siano presenti e vivi. Qui infatti la festa dei morti ha una datazione mobile, così come previsto dal calendario liturgico ortodosso, e il culto popolare si celebra annualmente il sabato che anticipa la domenica di Carnevale, esattamente quindici giorni prima dell’inizio della Quaresima. Così come nell’antica Roma anche a San Demetrio Corone, dunque, la festa dei morti dura un’intera settimana, detta anche settimana delle Rosalie o Java e Shalese. Inoltre, anche a San Demetrio Corone, come nell’antica Roma, è diffusa la credenza che i defunti escano dall’oltretomba per far visita nei luoghi dove sono vissuti. Un rito, fra l’altro, descritto da Mario Bolognari nel suo interessante “Il banchetto degli invisibili”. Qui le cerimonie della Java e Shales durano un’intera settimana (da sabato a sabato) e quest’ultimo è un giorno di grande tristezza, un giorno che non dovrebbe mai arrivare, è il giorno in cui i defunti rientrano nei sepolcri. Un’antica espressione dice: “Tutti i sabati vengano, mai il sabato del rientro nei sepolcri”. Accade allora che i due principali momenti rituali del giorno dei morti a San Demetrio Corone siano la processione al cimitero e l’elevazione della Panaghia. Durante la processione i fedeli intonano il canto Tek jam ithell (Dove sono sprofondato), un canto funebre in lingua Arbëreshë; all’arrivo dei fedeli nel cimitero segue la celebrazione della messa nella chiesetta dove il Papàs benedice l’ossario e bussa tre volte nella porta di ferro per salutare i defunti che sono dietro. A questo punto i parenti degli estinti si appartano presso le tombe dei propri cari. Segue il consumo rituale di cibi e bevande invitando chiunque passi a partecipare.
L’altro momento rituale del giorno dei morti a San Demetrio Corone è il rito della Panaghia, la Tutta Santa. Così, terminato il banchetto dei defunti sulle tombe dei cari estinti e lasciato il cimitero, il corteo fa ritorno in paese e i fedeli rientrano nelle proprie case. Il Papàs, quindi, si reca presso le case delle famiglie che nel corso dell’anno hanno subito la morte di un familiare: qui il Papàs trova i familiari del defunto con parenti e amici intorno a un tavolo imbandito con vino, pane e ciotole con grano bollito sulle quali è posta una candela accesa. Su un altro tavolo, invece, sono esposte le fotografie degli estinti da commemorare. Il Papàs procede nell’elevazione della Panaghia in onore degli estinti con vino, pane e grano bollito in ciotole con candela sovrapposta e spenta dopo aver recitato preghiere e salmi. Quindi, consegna il grano bollito (collivi) con fette di pane ai fedeli, che lo consumano in raccoglimento.

Sergio Straface

antropologo

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